Renzi, chi? Il rottamatore che randella e non fa prigionieri?

Nella prima segreteria nazionale del Pd svoltasi a Firenze senza simboli di partito Matteo Renzi, o per calcolo politico o per ingenuità politica o per supponenza caratteriale, ha gettato la maschera.


Il neo segretario del Pd è scivolato sulla buccia di banana di una battuta gratuita quanto arrogante nei confronti del viceministro Stefano Fassina (“Fassina, chi?”) il quale ha colto al volo l’occasione per abbandonare la barca dell’esecutivo, ancorato alla fonda.

La battuta di cattivo gusto e da maleducato del leader pidì è grave perché umilia tutti, ripercorrendo la nefanda scuola berlusconiana che tendeva a sbianchettare l’avversario storpiandone persino il nome (Iva Zanicchi in tv disse “Rutello, chi?”, con la “o” …), “un passo falso – scrive Massimo Giannini su Repubblica – che tradisce un deficit di sensibilità politica e, in parte, di cultura democratica”.

Può essere esagerato dirlo, ma lo diciamo lo stesso: i grandi o piccoli “dittatori” hanno iniziato così la loro escalation, con battute sugli amici della stessa cordata, poi trasformati in nemici da annientare e, spesso, annientati. Vale per una nazione e vale per un partito: serve un leader ma servono i contrappesi per non andare alla deriva e sprofondare nella logica e nella realtà antidemocratica.

Ciò detto, pare evidente che il pressing mediatico e di immagine di Renzi ha un chiaro obiettivo politico: logorare Letta tenendolo sui carboni ardenti (ieri il segretario Pd ha umiliato anche il premier smentendolo sullo spread: “sceso grazie a Draghi”), spingere Alfano fuori dalla maggioranza, costituire un governo pro tempore con l’appoggio del solo Pd, andare all’election day il 22 maggio, tentare il colpo gobbo elettorale (con una nuova legge elettorale che piace anche al Cav?) e diventare il number one della politica italiana (con Letta e Napolitano out).

Non era così anche nella Democrazia Cristiana, quando le turbolenze interne portavano alla fine delle maggioranze pentapartito, alla crisi di governo, alla nascita di esecutivi monocolore scudocrociato? Non sempre tutto filava liscio, tant’è – anche per esigenze politiche più … “nobili” - che il pallino poteva sfuggire di mano, come dimostrano le premiership affidate al repubblicano Spadolini o al socialista Craxi i cui partiti avevano uno scarso peso elettorale. E comunque, sempre poi, al giro successivo, la Balena bianca tornava a fare il pieno di voti e si riprendeva Palazzo Chigi e dintorni.

Oggi, come da programma annunciato, Renzi ha preso il pallino in mano, accelerando sulle riforme: tutto sta come questa fase delicata viene gestita perché senza capacità di mediazione politica e solo con l’azzardo tattico, può esserci l’effetto boomerang, spiazzando gli avversari ma anche destabilizzando lo stesso Pd e soprattutto mettere in difficoltà il governo dell’amico-nemico Letta.

Il rischio è alto perché Renzi può spingere Alfano nelle fauci di Berlusconi e far fallire la rinascita di una nuova destra democratica ed europea, può far cadere il governo (e conseguente addio di Napolitano), facendo perdere all’Italia l’ultimo treno della ripresa.

Sulle riforme c’è una questione di priorità e urgenze (prima i diritti civili o le tasse, la giustizia, il lavoro e la famiglia?) e sul piano politico c’è l’esigenza di capire che il governo va spronato, che non bisogna subire diktat ma che bisogna evitare di pensare di fare tutto da soli, con un solo partito e con un solo uomo padrone di quel partito.

Spingere sull’acceleratore sì, ma avere anche il senso della misura. Riuscirà Matteo Renzi a non cadere nella trappola caricata da se stesso?

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