Jobs Act: il piano per il lavoro di Matteo Renzi. Le misure principali

La bozza del piano per il lavoro, il Jobs Act, verrà presentata a marzo.

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Si ritorna a parlare di Jobs act, il piano per il lavoro di Matteo Renzi che è stato suo cavallo di battaglia negli ultimi mesi. E adesso che Renzi si trova al governo, sembra essere intenzionato a portare a casa la complessa riforma del lavoro nel mese di marzo. I punti principali riguardano il sussidio di disoccupazione universale, il rilancio delle politiche attive, i contratti a tempo indeterminato con tutela crescente e il seguente blocco dell'articolo 18 nei primi tre anni di assunzione.

Il sussidio di disoccupazione universale. Il jobs act di Renzi prevede l'estensione del sussidio di disoccupazione anche a coloro i quali non godono dei diritti di un contratto regolare. Un sussidio che avrebbe la durata massima di due anni. Il problema, come sempre, sta nel costo: circa 9,5 miliardi di euro l'anno. Che si potrebbero però ricavare grazie alla cancellazione della cassa integrazione, Aspi e mini-Aspi (7 miliardi di costo l'anno) e i 2,4 miliardi spesi per la cassa integrazione in deroga. La cig ordinaria verrà riportata all'obiettivo iniziale: quello di sostenere le aziende in difficoltà temporanee. I conti quindi tornano. Fin troppo.

Rilancio delle politiche attive. Oltre a estendere le tutele del sussidio di disoccupazione, si cercherà di fare qualche sforzo propositivo per aiutare chi ne ha bisogno a trovare lavoro. Puntando principalmente sui giovani. Per riuscire si cercherà di sfruttare il piano europeo previsto per gli under 25, che dovrebbe garantire all'Italia 1,5 miliardi che possono essere spesi per aiutare i giovanissimi a trovare lavoro "entro quattro mesi dalla disoccupazione o dal termine degli studi". Bisogna però ancora attendere la firma degli accordi con le regioni.

Il contratto a tutela crescente e l'articolo 18. Ecco cosa scrivevano Tito Boeri e Pietro Garibaldi in quella che è il piano per il lavoro da cui è partita la bozza del Jobs Act:

Il contratto unico deve prevedere due fasi: l’inserimento e la stabilità. La fase di inserimento del contratto unico dura per i primi tre anni di vita del contratto. Superata la fase di inserimento, il contratto unico viene regolato dalla disciplina dei licenziamenti oggi prevista. Cosa significa? Semplicemente che nel contratto non vi è una scadenza. Lo psicodramma individuale della scadenza del contratto viene così superato. I lavoratori vengono assunti con un contratto “aperto”.

I neo assunti verrebbero così esclusi dall’applicazione dell’articolo 18 per i primi tre anni, durante il quale l’imprenditore non pagherebbe i contributi che sarebbero quindi a carico dello stato. Non troppo dissimile dal contratto di apprendistato, ma con maggiore libertà di licenziamento. In modo da favorire le assunzioni. Viceversa, si tenterà anche di estendere le tutele, dalla maternità alla malattia, per i lavoratori flessibili.

Oltre a questi punti principali si punta a far entrare i sindacati nei consigli di amministrazione delle aziende, visto come un modo per "costringere" Cgil e compagnia ad ammodernarsi seguendo il modello tedesco e magari ci sarà una spruzzata di flexsecurity, il modello scandinavo che prevede la libertà di licenziamento con però obbligo di indennizzo e reinserimento nel mondo lavorativo.

Italian Democratic Party PD National Assembly

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Jobs Act: la bozza

Il Job Act di Matteo Renzi continua a tenere banco e a far discutere. Se da una parte il ministro del Lavoro Giovannini mostra tutto il suo scetticiscmo ("costa troppo") dall'altra continuano a registrarsi aperture nel mondo sindacale e arrivano anche le prime reazioni dall'Europa, visto che il commissario Ue per il lavoro, Laszlo Aandor, ha fatto sapere che il Job Act "sembra andare nella direzione auspicata dalla Ue in questi anni: rendere il mercato del lavoro più dinamico e inclusivo, affrontando i temi delicati della disoccupazione giovanile e dell'occupazione delle donne".

La vera novità è pero che quelle che finora erano solo indiscrezioni, punti estrapolati da interviste e da dichiarazioni, diventano adesso una vera e propria bozza che il segretario del Pd ha inviato via newsletter. Ecco, quindi, il testo della bozza del Job Act (che potete trovare integralmente in fondo a questo post).

Va detto che si tratta solo della prima fase della strada che porterà alla definizione della bozza vera e propria, come ha spiegato lo stesso Renzi in un tweet:


I punti fondamentali restano quelli di cui si è parlato in queste settimane: un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti (in cui quindi l'articolo 18 sarebbe sospeso per i primi tre anni di lavoro) e l'assegno universale per chi perde il posto di lavoro (che andrebbe a sostituire la cassa integrazione). In modo che si possano ridurre le varie "forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile".

La bozza è divisa in tre capitoli principali: sistema (in cui si chiede, tra le altre cose, una riduzione del 10% dell'IRAP per le aziende e la eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico); i nuovi posti di lavori (divisi in sette settori per cui il job act individuerà un piano industriale) e le regole (semplificazione delle norme, assegno universale, riduzione delle forme contrattuali).

L'obiettivo è creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri (tra il 2008 e il 2012 l'Italia ha attratto 12 miliardi di euro all'anno di investimenti stranieri. Metà della Germania, 25 miliardi un terzo della Francia e della Spagna, 37 miliardi). Per la Banca Mondiale siamo al 73° posto aal mondo per facilità di fare impresa (dopo la Romania, prima delle Seychelles). Per il World Economic Forum siamo al 42° posto per competitività (dopo la Polonia, prima della Turchia). Vi sembra possibile? No, ovviamente no. E allora basta ideologia e mettiamoci sotto

Parte A – Il Sistema
1. Energia. Il dislivello tra aziende italiane e europee è insostenibile e pesa sulla produttività. Il primo segnale è ridurre del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più (Interventi dell'Autorità di Garanzia, riduzione degli incentivi cosiddetti interrompibili).
2. Tasse. Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell'IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe.
3. Revisione della spesa. Vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro.
4. Azioni dell'agenda digitale. Fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete.
5. Eliminazione dell'obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazioni. Funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici.
6. Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali.
7. Burocrazia. Intervento di semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell'Ambiente circa 1 miliardo di euro sarebbe a disposizione immediatamente) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari. I Sindaci decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo. Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale. Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo.
8. Adozione dell'obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

Parte B - i nuovi posti di lavoro
Per ognuno di questi sette settori, il JobsAct conterrà un singolo piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.

a) Cultura, turismo, agricoltura e cibo.
b) Made in Italy (dalla moda al design, passando per l'artigianato e per i makers)
c) ICT
d) Green Economy
e) Nuovo Welfare
f) Edilizia
g) Manifattura

Parte C - Le regole
I. Semplificazione delle norme. Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all'estero.
II. Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile. Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti.
III. Assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l'obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.
IV. Obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico. Ma presupposto dell'erogazione deve essere l'effettiva domanda delle imprese. Criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione con cancellazione dagli elenchi per chi non rispetta determinati standard di performance.
V. Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali.
VI. Legge sulla rappresentatività sindacale e presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende.

Su questi spunti, nei prossimi giorni, ci apriremo alla discussione. Con tutti. Ma con l'idea di fare. Certo ci saranno polemiche, resistenze. Ma pensiamo che un provvedimento del genere arricchito dalle singole azioni concrete e dalla certezza dei tempi della pubblica amministrazione possa dare una spinta agli investitori stranieri. E anche agli italiani. Oggi stimiamo in circa 3.800 miliardi di euro la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Insomma, ancora qualcuno ha disponibilità di denari. Ma non investe perché ha paura, perché è bloccato, perché non ha certezze.

Noi vogliamo dire che l'Italia può ripartire se abbandoniamo la rendita e scommettiamo sul lavoro. In questa settimana accoglieremo gli stimoli e le riflessioni di addetti ai lavori e cittadini (matteo@matteorenzi.it). Poi redigeremo il vero e proprio Jobs Act.

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