LEGGE 194/78 : aborto libero o conquista di civiltà?

Legge 194: se ne sente sempre parlare, c’è chi scende in piazza per difenderla e c’è chi vorrebbe riformarla; chi la considera una conquista di civiltà e chi invece un abominio. Le discussioni vertono, soprattutto, su due quesiti fondamentali: la legge ha diffuso la pratica dell’aborto, tecnicamente interruzione volontaria di gravidanza (IVG)? Ha raggiunto uno dei suoi obiettivi principali, ovvero la riduzione della piaga degli aborti clandestini? Interroghiamo i dati.

Secondo la relazione annuale del Ministero della Sanità il tasso di abortività grezzo (calcolato secondo le indicazioni ISTAT come IVG X 1000 donne con età compresa tra 15 e 49 anni) relativo all’anno 2006 è pari al 9,4 per mille. Mettendo questo dato a confronto con lo stesso dato del 1982 (anno in cui approssimativamente la legge ha iniziato a funzionare a pieno titolo) notiamo subito un calo non indifferente, infatti, a quell’epoca, il tasso era pari al 17,2 per mille, determinando quindi una riduzione nel giro di quattordici anni del 45,3% del numero di IVG. In conclusione quindi possiamo rispondere alla prima domanda riconoscendo come, senza dubbio, l’introduzione della legge 194 non solo non ha diffuso la pratica dell’aborto ma anzi l’ha considerevolmente ridimensionata.

Sempre dall’osservazione dei dati è interessante notare come siano costantemente in aumento le percentuali di donne di nazionalità straniera che ricorrono a questo tipo di pratica (29,6 % nel 2005), questo da un lato ha l’effetto di nascondere in parte la consistente riduzione della diffusione dell’IVG tra le donne italiane e dall’altro deve aprire delle riflessioni sul perché questo avvenga.

Sarebbe sbagliato ridurre tutto solo ad aspetti culturali, molto di più invece bisognerebbe riflettere sui servizi di sostegno alla maternità e le opportunità di informazione sulle tematiche della procreazione responsabile per le cittadine straniere. Per quel che riguarda gli aborti clandestini ovviamente non è possibile avere dei dati precisi, tuttavia possiamo riferirci a delle stime fornite sempre dal Ministero della Sanità.

Queste stime si interrompono però al 2001 dato che l’introduzione di nuovi parametri, legati ad esempio all’aumento della presenza straniera, rende i modelli matematici su cui si basano inaffidabili, poiché l’errore della stima è della medesima dimensione della stima stessa. Tuttavia, prendendo sempre come metro di paragone l’anno 1982 vediamo che le stime sugli aborti clandestini sono calate al 2001 ben del 79%. Quindi anche in questo caso si può parlare di una legge efficace.

Andando a dare un occhio ad altri dati sulla IVG notiamo come nel corso degli anni le riduzioni maggiori nel ricorso all’aborto riguardano principalmente le donne più istruite, le occupate e le coniugate, per le quali risultano evidentemente più efficaci, anche grazie alla maggiore competenza personale, i programmi e le attività di promozione della procreazione responsabile.

Un altro aspetto significativo riguarda i consultori familiari, che, nonostante dalle analisi effettuate sulle donne che hanno fatto ricorso all’IVG risultino i centri che maggiormente soddisfano l’utenza per quel che riguarda il sostegno e la competenza durante l’intero iter, rimangono sostanzialmente ancora poco utilizzati dalle donne.

Su questo dovrebbe, ad esempio, rivolgersi maggiormente l’attenzione di chi richiede il pieno rispetto della legge, considerato anche il fatto che negli ultimi anni i consultori pubblici stanno diminuendo per via di tagli alla sanità e di precise scelte politiche a favore di strutture private.

Un ultima considerazione riguarda l’obiezione di coscienza, una scelta prevista e garantita dalla legge. Il dubbio non è sulla legittimità in sé delle convinzioni individuali, tuttavia, il fatto che ben il 59,7% dei ginecologi si dichiari obiettori, con picchi del 70% in Lombardia, non solo crea delle disfunzioni nell’applicazione nella legge, ma porta anche a delle riflessioni sull’opportunità delle scelte fatte da certi professionisti al momento della decisione dell’ambito di specializzazione.

Detto in maniera più diretta: ben sapendo che tra i loro compiti sarebbe rientrato anche l’interruzione di gravidanza è possibile che ben 6 medici su 10 non si siano posti il problema dell’obiezione di coscienza prima di specializzarsi in ginecologia? O meglio, come rispose Carlo Flamini, ginecologo e membro del comitato nazionale per la bioetica, alla domanda “Non si può mica costringere un medico a praticare aborti?” “No, ma si può costringerlo ad andare a fare un altro mestiere. Io non metterei mai un medico Testimone di Geova a fare trasfusioni, e lui non lo chiederebbe mai”.

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