Sud-Ossezia e Abkhazia. Andiamo verso una nuova guerra fredda?

Cerchiamo di mettere un po' d'ordine in quella crisi internazionale che ha purtroppo rievocato gli antichi spettri della cortina di ferro e della Guerra fredda. In realtà esistono due livelli di analisi del problema, uno relativo ai principi di giustizia e libertà, inalienabili per ogni uomo, e un altro correlato al bisogno di sicurezza del mondo, per il quale purtroppo è necessario accettare molti dolorosi compromessi. Vediamoli entrambi.

Il primo livello ci spinge a chiederci cosa sia giusto per quelle genti martoriate, e la risposta che sorge spontanea è che ovunque deve vigere il principio di autodeterminazione dei popoli, vale a dire che se una grande maggioranza degli abitanti vuole l'indipendenza è giusto che la ottenga. Su questa volontà non sussistono grossi dubbi, poiché gli osseti hanno votato a favore dell'indipendenza in ben due referendum, uno nel 1992 (non riconosciuto dalla comunità internazionale) e uno nel 2006, a sua volta disconosciuto in primis (ovviamente) dal governo georgiano.

Nell'occasione i georgiani affermarono chiaramente che "Tutti hanno bisogno di capire, una volta e per sempre, che nessun tipo di referendum o elezioni spingeranno la Georgia a rinunciare a ciò che appartiene al popolo Georgiano per volere di Dio". Questa bellicosa dichiarazione dal sapore ottocentesco è stata poi di fatto suffragata dall'ambigua presa di posizione del Consiglio d'Europa che ha bollato il referendum come ingiusto perché ai cittadini di origine georgiana non fu permesso di votare. Non possiamo ovviamente escludere che ciò sia vero, ma rileviamo altresì che la percentuale a favore dell'indipendenza superiore al 98% difficilmente avrebbe potuto ribaltarsi.

Ciò detto, spostiamoci al secondo livello. Purtroppo la zona è cruciale per gli equilibri mondiali, sia perché al centro del corridoio di rifornimento energetico verso l'Europa, sia perché sostanzialmente nella sfera di influenza russa. Può sembrare anacronistico parlare ancora di sfere di influenza vent'anni dopo la caduta del muro, ma di fatto non è così. La Russia vive un rigurgito di nazionalismo di cui gli USA sono in parte responsabili nella loro corsa ad affiliare alla Nato i paesi orientali, dalla Polonia alla Georgia stessa. Ricordiamo infatti che il Putin simil-kruscioviano di oggi è lo stesso Putin che accettò (probabilmente anche dietro lauto compenso americano) di mettere a tacere la vicenda del sottomarino Kursk, scongiurando di fatto un conflitto nucleare. Non si tratta evidentemente di una persona così irragionevole, improvvisamente colta da pazzia belligerante.

E' necessaria dunque la massima prudenza, e sarà bene ascoltare le ragioni della Russia come e più di quelle della Georgia in nome della realpolitik e della pace, possibilmente preservando le ragioni della popolazione residente (primo livello). Quanto alla Georgia, poteva evitare di attaccare militarmente la regione l'8 agosto, e non ha meno responsabilità dei russi nella crisi, di cui anzi è prima fautrice grazie allo scriteriato e debole primo ministro Sakashvili. Ora è troppo tardi per i rimpianti e invocare l'integrità territoriale del paese appare quanto meno fuori luogo.

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