Letta-Renzi, quanto dura il patto del “cappuccino”?

Nell’Italia che non si vergogna per le sue infinite “vergogne” (quattro anni per cancellare elezioni fasulle in Piemonte, due anni per i due marò in mano alla giustizia indiana, record dei politici furbetti e tangentari ecc.) a Palazzo Chigi Letta e Renzi siglano di prima mattina il patto del cappuccino. Si vis pacem para bellum.

Siamo al solito teatrino della politica nostrana fatta di buone e fraterne intenzioni sancite da strette di mano poi puntualmente disattese, la classica pace armata che tiene tutto a bagnomaria in una putrida brodaglia con il dito sul grilletto sempre pronto a far partire il colpo in canna. Da almeno 20 anni è sempre stato così bruciando un Paese sull’altare del berlusconismo e dell’antiberlusconismo.

In particolare va all’ex Pci poi Pds, Ds, Pd il primato di guerre intestine che hanno sfarinato la sinistra e zone limitrofe, lasciando l’Italia in mano a chi sappiamo, con i risultati disastrosi che vediamo. Chi ci crede all’armistizio (di facciata) fra Letta e Renzi? Niente insegna la triste burrascosa storia del c’eravamo tanto amati di D’Alema&Veltroni?

A quei tempi, almeno, quel partito aveva al proprio interno il minimo dei “contrappesi” di un confronto democratico pur se avvelenato dalle logiche correntizie. Oggi il Pd è Matteo Renzi e basta, con il manipolo dei suoi “bravi” che obbediscono e mimano il capo, con la sua corte di nuovi e vecchi arruolati saliti sul carro del vincitore per poltrone e cadreghe, poco più poco meno di quel che fanno a casa loro Berlusconi e Grillo con i rispettivi codazzi.

E le primarie? Marcano solo una differenza formale che peggiora la realtà di un partito che “illude” la sua base con una partecipazione formale, con file ai gazebo che legittimano il leader votato, partecipazione che poi s’annulla in un partito che fa rimpiangere il “centralismo democratico” del Pci.

Ancor peggio è il Governo. Con Letta premier imposto e appeso alla autorevolezza di Giorgio Napolitano (i parlamentari sono “fuori legge” frutto del Porcellum) ma ostaggio di una maggioranza che nessuno sa più cos’è, commissariato dall’arrembante segretario del Pd. Ogni (eventuale) accordo di Letta con Renzi svanisce in mancanza di una soluzione comune sulla nuova legge elettorale. Tutto il resto è fuffa mediatica.

Scrive oggi Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “l fatto che dal prossimo 27 gennaio il Parlamento sia obbligato a discutere la nuova legge elettorale è una novità importante, ma non è ancora una notizia. Sarebbe una notizia se sapessimo con quale testo e con quale intesa politica si avvierà questa discussione. Altrimenti è un po' come comprare il volante prima di aver acquistato l'automobile. In ogni caso, bisogna accontentarsi. La riforma elettorale, per quanto sia un argomento ormai indigesto anche all'opinione pubblica più comprensiva, è il cardine intorno a cui ruota la speranza di rinnovare nel profondo l'efficienza della classe politica. Purché non la si consideri solo una scorciatoia per correre al più presto alle elezioni anticipate. Non perché il voto in tempi ragionevoli non sia necessario, ma per la semplice ragione che non possiamo permetterci un'altra brutta legge pur di andare alle urne. Magari un'altra legge che, come il vituperato Porcellum, finisce sotto la scure della Corte Costituzionale. Il nostro sistema non potrebbe reggere un altro trauma del genere”.

A quando il nuovo cappuccino fra Letta e Renzi?

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