Renzi contro Letta: “Non si fida di me”. Ingenuità politica o calcolata provocazione?

Nel suo memorabile: “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” l’americano John Reed racconta la conclusione della rivoluzione russa con la presa del potere da parte di Lenin e dei bolscevichi.


Ora, fatte tutte le possibili differenze fra le realtà, le situazioni e i personaggi, a differenza di Lenin, Matteo Renzi se la prende con … calma, affermando nella sua ultima intervista esclusiva odierna al Corriere della Sera che “i prossimi quindici giorni saranno decisivi” – pare di intendere – per le sorti del governo e del Paese.

Quale credibilità ha una tale affermazione fatta dal neo segretario del maggiore partito della maggioranza di governo? In altre parole, è pensabile di portare subito a casa almeno quelle tre-quattro riforme “prioritarie” sbandierate da Renzi (riforma elettorale, riforma del lavoro, unione civili, jus soli) sapendo che negli ultimi vent’anni la politica si è solo riempita la bocca di annunci e sapendo che il governo (debole e rissoso) è retto da una coalizione (debole e rissosa) formata da partiti diversi, portatori di idealità, valori e interessi diversi?

La risposta viene dallo stesso sindaco che – appunto ad Aldo Cazzullo sul Corriere – afferma perentoriamente: “Io sono leale, Letta non si fida di me”. Questo 24 ore dopo il “patto del cappuccino” fra sindaco e premier sancito nel meeting di ieri, sabato mattina 11 gennaio. Un attestato al limite dell’ingenuità politica o una calcolata provocazione nei confronti del premier (in difficoltà anche per il forte calo di consensi) nonché un segnale ad amici e nemici interni ed esterni?

Di fatto, Renzi intende essere coerente verso quel “riformismo radicale” che tiene unito il Pd, soprattutto lascia ancora alla propria base e al proprio elettorato uno spiraglio di fiducia sulla possibilità di riformare la politica e di dare una svolta al Paese. Il tutto, pensando a un Pd che non c’è (forte, compatto, dalle mani pulite, maggioritario e capace di guidare da solo il governo e il Paese), di lotta e di governo, senza nessuna volontà o esigenza di compromesso.

Scrive oggi Eugenio Scalfari su Repubblica: “ I sondaggi di vari specialisti confermano che il solo e vero legame che tiene unito il Pd e ne rafforza la crescita è la nuova leadership la quale però deve dimostrare la sua presenza per essere realmente avvertita dagli elettori effettivi e potenziali. Il compromesso non soddisfa queste aspettative, il "riformismo radicale" d'un nuovo leader deve puntare su una rapida fine del governo e della legislatura. E se, per ottenere questo risultato, Renzi deve intendersi con Vendola, con Landini, con il Movimento 5 Stelle e perfino (perfino) con Berlusconi, lo faccia. Se adotta una politica economica che metta in discussione le coperture finanziarie previste dagli impegni di Bruxelles lo faccia. Se il "Jobs Act" rischia di diventare uno strumento esplosivo, tanto meglio: l'Europa subirà. Questa è la spinta che arriva dal basso e che per certi aspetti sembra paradossale perché è proprio da sinistra che viene questo tipo di consenso”.

Se le cose stanno così, presto la corda sempre più tesa da Renzi si spezzerà. Il sindaco lo sa bene e cerca pretesti per incolpare altri del patatrac finale. Dice Silvio Berlusconi ai suoi: «Il governo non regge più, lo farà cadere Renzi, tenetevi pronti». E lo staff del sindaco non fa niente per non accreditare quest’idea, anche se qualcuno sostiene di sperare in Mario Monti, che con i suoi 8 senatori potrebbe agevolargli l’imbarazzante incombenza.

Insomma, non ci vuole molto a provocare incidenti di percorso. Basta attendere. Forse solo i prossimi 15 giorni. Matteo dixit.

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