Romano Prodi punta al Quirinale, si apre la corsa al Colle


Ai tempi della prima Repubblica, quando si doveva eleggere il nuovo Capo dello stato, i nomi che venivano candidati per primi erano quelli che si volevano eliminare dalla corsa. Ma erano altri tempi, e oggi la candidatura in netto anticipo di Romano Prodi rischia di diventare una seria ipoteca sul Quirinale, se non si faranno avanti altri aspiranti. A fare il nome del Professore è stato Nichi Vendola alla festa del PD, e in molti sostengono che l'abbia fatto con il placet dell'interessato, che sta tessendo la rete per la sua elezione a maggio.

Oggi Libero e il Giornale riportano un incontro molto teso tra Prodi e Pierluigi Bersani: l'ex premier avrebbe minacciato di appoggiare la candidatura di Matteo Renzi alle primarie se il segretario PD avesse accettato la riforma della legge elettorale con premio di maggioranza al partito. Questo perché con alleanze variabili fatte a urne chiuse, diventerebbe improbabile una maggioranza monocolore in grado di sostenere la candidatura di Prodi. Se invece alle elezioni 2013 dovesse affermarsi una coalizione come quella composta da PD più SEL e magari Idv, l'elezione di Prodi al Colle sarebbe cosa fatta. E dopo quell'incontro, in effetti, c'è stata una netta frenata di Bersani sulla legge elettorale.

Prodi ha giocato d'anticipo per manovrare da dietro le quinte un'alleanza di centro-sinistra che sia già d'accordo sul candidato al Quirinale in caso di vittoria, e può sfruttare anche il fatto che gli altri possibili candidati non possono o non vogliono farsi avanti: Mario Monti, che sarebbe la prima scelta in caso di un pareggio elettorale e di una nuova grande coalizione, è occupato a fare il premier; Silvio Berlusconi deve ancora decidere se candidarsi di nuovo a Palazzo Chigi oppure no; nomi come Casini o Giuliano Amato devono aspettare che siano altri a candidarli e non possono fare il primo passo. Per questo la mossa di Prodi può essere vincente: ma a complicare i piani c'è il risiko istituzionale che si verificherà la prossima primavera, con quello che viene definito "ingorgo costituzionale".

Come già avvenuto nel 2006, la fine del mandato presidenziale coinciderà con la scadenza delle Camere, dando vita a un cortocircuito, visto che il presidente è eletto dal Parlamento, ma il Parlamento non può funzionare senza il presidente. Napolitano scioglierà le Camere all'inizio del 2013, forse con qualche giorno d'anticipo sulla scadenza naturale, in modo da andare al voto entro tra aprile e marzo. Così il nuovo Parlamento potrà riunirsi entro i primi di maggio, eleggere i presidenti di Camera e Senato e i relativi uffici di presidenza. Entro 15 giorni dalla prima riunione, le Camere in seduta comune dovranno procedere all'elezione del nuovo Capo dello Stato. Fino all'avvenuta elezione, resterà in carica il governo Monti per il disbrigo degli affari correnti, visto che solo il nuovo Presidente potrà conferire l'incarico al nuovo premier.

Una situazione a incastro che, soprattutto in caso di pareggio elettorale si prospetta molto difficile da sciogliere.

Foto |© TMNews

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