Bersani e Renzi, giganti o pigmei?

Le turbolenze interne del Partito democratico hanno avuto in questi ultimi giorni una forte spinta per il nodo delle primarie, ancora una volta fattore di divisione e contrasti piuttosto che di risorsa democratica. All’esterno, l’immagine proiettata dal Pd non è positiva: il partito di Bersani viene considerato poco credibile per governare il Paese, proprio perché incapace di un progetto di governo, perennemente dilaniato al suo interno, con infinite beghe più di carattere personale e di gruppo, che politico.

Sarà anche per le caratteristiche dei personaggi impegnati in prima linea nella disputa - il serioso burocrate Bersani sostenuto da “integralisti” di vecchio conio ex Pci come D’Alema, e il birbante discolo Renzi appoggiato addirittura dagli avversari (e quindi temuto come un cavallo di Troia berlusconiano pronto a entrare nella casamatta del Pd) – fatto sta che non emerge la linea politica alternativa (se c’è!) fra i due, essendo lo scontro tutto incentrato sulla interpretazione da dare al rinnovamento dei gruppi dirigenti del partito e delle istituzioni.

Per farla breve, il Pd sembra non smentire la sua vocazione autolesionista rischiando ancora una volta di farsi male da solo e di perdere una battaglia (le elezioni) già vinte per la latitanza degli avversari. Dai vertici nazionali all’ultima sezione, oggi il Pd è teso in un delirante braccio di ferro pro o contro Bersani, pro o contro Renzi.

Massimo Cacciari, sempre scomodo e pungente ma sempre attento a captare l’aria che tira, lancia l’allarme perché vede un Pd in affanno e addirittura pronto a spaccarsi dopo il voto.

La verità è che lo scontro non è politico perché anche nel Pd la politica non c’è. A dominare sono le contumelie, fendenti di ogni tipo contro l’avversario interno, senza l’obiettivo della sintesi finale, una linea politica che spetterebbe al partito e ai suoi organi dirigenti stabilire. Dire questo, significa tornare al “centralismo democratico” del Pci o al dirigismo padronale del partito del predellino berlusconiano? Certamente no.

Significa tornare alla democrazia, dando voce ai cittadini, ridefinendo una selezione dal basso dei gruppi dirigenti a tutti i livelli basata sulla passione, sull’onestà, sulle qualità politico-culturali-organizzative, sulla dedizione a favore della collettività e dello Stato. Una rivoluzione culturale che richiede uno sforzo da giganti. E oggi i giganti sono Bersani e Renzi. Questo passa il convento del Pd, partito dall’amalgama non riuscita, dei feudatari e dei pigmei.

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