Finanziamento pubblico ai partiti: in vent'anni guadagnati 2 miliardi di euro

L'affare d'oro del finanziamento pubblico ai partiti.

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Il finanziamento pubblico ai partiti, anche noto come rimborsi elettorali, è un affare d'oro per i partiti. Lo dimostra un'inchiesta di Repubblica.it (su dati forniti da Openpolis): negli ultimi venti anni sono finiti nelle casse dei partiti 2,7 miliardi di euro, di questi, però, sono stati utilizzati per le spese solo 700 milioni circa. Risultato? 1,9 miliardi di euro accumulati dai partiti come surplus, al netto delle spese accertate.

Spendi uno, guadagni tre, insomma. Un affare d'oro per qualcosa che in origine doveva servire solo per coprire le spese e impedire che solo i paperoni potessero affrontare un'avventura di partito.

(Questi soldi) servono a pagare l'affitto delle sedi, i dipendenti, i funzionari e le campagne di comunicazione. (...) Vero è che l'andamento storico dei rimborsi è un crescendo costante di denaro che raggiunge l'acme con le politiche del 2001, quando la cifra erogata su tutti e cinque gli anni di legislatura sfonda la soglia dei 476 milioni di euro: alle precedenti elezioni - quelle del 1996 - non si andò oltre i 46,9 milioni. Come mai tanta differenza al rialzo? Complici le 'nuove norme' introdotte nel 1999 e le ulteriori 'disposizioni' architettate nel 2002, i fondi stanziati iniziarono a moltiplicarsi come virus.

Il finanziamento pubblico ai partiti viene infatti cancellato via referendum nel 1993, nello stesso anno, a dicembre, il Parlamento aggiorna una legge sui "rimborsi elettorali" che di fatto va a sostituire quella abrogata per via referendaria. Nel 1997 viene anche introdotta la possibilità di destinare il 4 per mille Irpef ai partiti - l'adesione, da quel che si sa, è stata sempre minima - il vero colpo di scena, però, arriva dopo.

Nel 1999 un ulteriore passaggio cruciale: si stabilisce che il rimborso non ha alcuna attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute e i partiti intascano circa 194 milioni di euro in caso di legislatura politica completa. Nel 2002 il colpo di scena: il fondo da stanziare si gonfia tutto a un tratto e arriva a quasi 469 milioni di euro. Contestualmente, il quorum per percepire i soldi viene abbassato dal 4 all'1 per cento. Ma non è tutto, perché nel 2006 si impone un'ulteriore novità: e cioè che l'erogazione del rimborso è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura anche se la legislatura si conclude prima del tempo.

Che cosa comporta tutto ciò? Innanzitutto che i rimborsi si moltiplicano durante le legislature, e secondariamente si crea il paradosso per cui partiti scomparsi continuano a ricevere i soldi. È il caso dei Ds e Margherita da una parte, e di Forza Italia e An dall'altra. Il secondo governo Prodi dura solo due anni, dal 2006 al 2008, quando si torna a votare sono nati Pd (fusione Ds-Margherita) e Pdl (fusione Forza Italia-An). Mentre i due neonati partiti iniziano a incamera rimborsi elettorali, i partiti che si sono sciolti continuano a riempire le casse, anche se non ci sono più. È la fusione dei partiti con conseguente moltiplicazione dei rimborsi.

Fonte di incassi per i partiti lo è pure l'Europa. Dove per rinnovare il parlamento Ue, i movimenti politici italiani scesi in campo sia nel 2004 sia nel 2009 hanno ricevuto complessivamente 453 milioni di euro: primo della classe, con 88 milioni, è il Pdl, seguito a ruota da Uniti nell'Ulivo con 80 milioni e poi dal Pd con 65 milioni di euro. Sul versante gruppi europarlamentari, nel 2012 a guidare la classifica è il Ppe con 21 milioni.

Una situazione insostenibile, che quanto meno si sta provando a modicare con la nuova abolizione del finanziamento pubblico ai partiti a cui sta lavorando il governo Letta e che dovrebbe fare il suo approdo al Senato il 30 gennaio, per poi tornare alla Camera e venire definitivamente approvata.

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