Finanziamento pubblico ai partiti: primo sì del Senato

Ancora venti giorni per convertire il decreto in legge. Ma la strada è tortuosa e il tempo potrebbe non essere sufficiente.

Torna in carreggiata il dl sul finanziamento pubblico ai partiti, finalmente giunto al voto in Senato a circa due settimane dalla scadenza del decreto legge. L’aula di Palazzo Madama ha infatti approvato il tetto per le donazioni private, fissato a 100.000 euro. Il Senato ha approvato anche l’emendamento della relatrice Pd Isabella De Monte che stabilisce detrazioni fiscali pari al 26% delle erogazioni effettuate per importi fino a 30 mila euro (nel testo originale si parlava di importi tra 50 e 100.000 euro).

Approvato anche l'emendamento che imporrà ai partiti di pagare l'Imu sulle proprie sedi. Infine, non c'è un fondo per le elezioni europee. Respinti invece gli emendamenti per l'abolizione immediata del finanziamento pubblico ai partiti presentati da Movimento 5 Stelle, Sel e Nuovo centrodestra. Le erogazioni di denaro saranno così diminuite nei prossimi tre anni con una gradualità del 25%, del 50% e del 75% dell'importo spettante, ora fissato a 91 milioni di euro.

L'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti rischia di saltare


Se davvero saltasse l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti - riforma sulla quale concordano la stragrande maggioranza degli italiani - allora per il governo Letta sarebbe difficile riprendersi. Tra incertezze, addii, pasticci sull'Imu, tentativi di rimpasto, speranze di un cambio al timone con Matteo Renzi premier, ecc; i sondaggi politici hanno mostrato impietosamente come il feeling tra il presidente del Consiglio e gli italiani si sia interrotto da tempo.

L'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti resta una delle poche cose davvero popolari che Letta ha promesso di fare - nonostante i dubbi a riguardo - per fermare una spesa colossale e ben poco giustificabile. Eppure il rischio che questa riforma salti c'è, eccome. Scrive Repubblica:

Il decreto legge del governo, purtroppo, rischia seriamente di arenarsi al Senato e di non essere convertito entro l'ultimo giorno utile, il 26 febbraio. Mancano venti giorni, è vero, ma il testo giace ancora nell'aula della commissione Affari costituzionali, gravato da 170 emendamenti, preda tuttora di forti contrasti anche all'interno della maggioranza.

Questo perché i decreti legge hanno 60 giorni per essere convertiti in legge a tutti gli effetti dal Parlamento. Altrimenti decadono e bisogna ricominciare da zero, con tutti i rischi che comporta e i tempi che si allungano. Venti giorni mancano alla decadenza, e in questi venti giorni si devono tenere il confronto e il voto al Senato (previsto per settimana prossima) e poi l'ultimo passaggio alla Camera, con tutte le insidie che comporta.

Insomma, il rischio che il tutto vada a finire in nulla c'è. Soprattutto se si considera la netta opposizione del Movimento 5 Stelle - che vorrebbe che il finanziamento venisse abolito interamente da subito, e non gradualmente fino al 2017 - e del Nuovo Centrodestra, che si trova escluso dal finanziamento in quanto partito di nuova costituzione e vorrebbe quindi anch'esso che l'abolizione fosse completa fin da oggi. Posizioni distanti, che mettono a rischio l'intera riforma.

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