Pd Direzione, tutto da rifare. Renzi “striglia” Letta ma annaspa

Fiuta l’aria malsana, da fronda, Matteo Renzi e, per non finire nella tagliola, fa quello che sempre fanno i politici, rinvia al dopo, spostando al prossimo 20 febbraio, a una nuova Direzione del Pd, ogni decisione sulle sorti del governo e su tutto il resto.

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Visto dalla parte dei fan del “rottamatore” altro non è che un ultimatum a Letta. Visto dalla parte delle minoranze interne del rissoso pidì, il segretario prende tempo perché non sa più che pesci pigliare.

A dire il vero nella Direzione di ieri Renzi mostra baldanza bacchettando il premier e trattandolo come un bischero che all’osteria del paesello prova a barare a “tresette col morto”: “Devi giocare a carte scoperte”. In altri tempi, una frese così detta nel massimo organismo del primo partito dal segretario al premier (dello stesso partito) avrebbe comportato le immediate dimissioni … di uno dei due.

Qui è il premier Letta a far finta di non sentire. Ma, ovvio, ha compreso bene il messaggio ed è pronto a rispondere coi fatti (anche alla Confindustria che l’aspetta nell’agguato il 19 febbraio?) oppure a tornare marcatore libero, facendo le valige da Palazzo Chigi.

Fatto sta che la Direzione del Pd, con l’ausilio della diretta in streaming, non è stato uno spettacolo politicamente apprezzabile. Si fanno battute e con battute si risponde. Manca l’analisi, manca la proposta politica. Si vola basso, anzi radente.

Dice l’ex Pci Lanfranco Turci: “Sembra di essere in un mondo parallelo. Gli unici richiami alla realtà negli interventi di Fassina, Cuperlo ,Orfini e pochi altri. Inquietante inoltre che si desse come conclusa la vicenda della legge elettorale. Formidabile la composizione del nuovo Senato proposta da Renzi!”. Già.

Finalmente Renzi, visti i sondaggi che premiano Berlusconi e il centrodestra e puniscono il Pd a vocazione maggioritaria, ha affrontato il nodo delle alleanze. Ma lo ha fatto come spostando dei pacchi, dei rimasugli da magazzino, dando per scontato che “quelli a sinistra del Partito Democratico e quelli del centro che non vogliono stare con Berlusconi, alle elezioni si uniscano al Pd”.

Gli risponde il “centrista” ex Dc Pino Pisicchio: “ Vorremmo dire sommessamente al segretario del PD che il centro in politica non è un luogo geometrico, nè un epifenomeno prodotto da leggi elettorali avariate. Il centro politico significa storia, cultura, rappresentanza di ceti sociali, programmi che non possono essere cancellati da nessuna alchimia sulle formule elettorali. E' giusto muoversi nel senso di una riaggregazione di queste sensibilità centriste, come seppe fare la Margherita. E' sbagliato, invece, pensare di sbarazzarsi di quelle storie e quelle culture con un tratto di penna nelle formule elettorali. Anche perchè cosiì si rischia sempre di consegnare pezzi di quel centro a chi mostra di avere più forza attrattiva, come è già avvenuto con Casini. A differenza di chi ritiene di professare una vocazione maggioritaria”.

Forse è il caso che Matteo Renzi dia una limatina alla sua relazione della prossima Direzione del 20 febbraio.

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