Matteo Renzi premier “rottamatore”, o la va o la spacca!

Dopo aver “rottamato” (anche) Enrico Letta defenestrandolo da Palazzo Chigi in maniere spicce adesso Matteo Renzi lancia la sua sfida come premier: “Italia fuori dalla palude, governo fino al 2018”. Che è come quel debitore che rassicurava i suoi creditori perché, pur squattrinato, aveva in tasca un biglietto della lotteria.

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Tutto è già stato scritto sul terzo premier che in pochi mesi va a Palazzo Chigi senza il consenso elettorale, sulla “staffetta” mal riuscita del ’92 Prodi-D’Alema, sulle incoerenze di Renzi rispetto ai rapporti con Letta e su come arrivare alla premiership, sul Partito Democratico la cui immagine esce a pezzi da questa rocambolesca ennesima resa dei conti interna. E tutto sembra già scritto e sembra scorrere su un tappeto di velluto. Ma è così?

Tutt’altro. Perché, per ora, oltre a Matteo “ambiziosissimo” per propria ammissione, chi gode è solo Silvio Berlusconi (solertissimo nel promettere una opposizione “serena e costruttiva”), talmente sdoganato e rimesso in campo dal segretario del Pd, che guiderà la delegazione di Forza Italia nelle prossime consultazioni al Colle. Già questo è un brutto rospo da far digerire a una parte non secondaria dell'elettorato del pipì.

A parte gli scogli della lista dei ministri, di un programma tutto da scrivere, di alleanze fotocopia della precedente maggioranza ma da ricucire, Renzi si trova davanti passaggi a forte rischio. Il primo dei quali – apparentemente di secondo piano – giunge fra pochissimi giorni, il 23 febbraio, quando Renzi (capo del governo ma di fatto sempre capo partito) dovrà decidersi sull’appartenenza del Pd al PSE, in occasione del congresso co-organizzato proprio a Roma. Quel giorno, anche per gli ex DC e Popolari rimasti nel Pd (comunque una fetta dell’elettorato stimata attorno al 20% dello stesso partito) si porrà qualche problema nel rimanere in quel partito se “non vogliono morire socialisti-ex comunisti”.

In altre parole il Pd rendiamo rischia di perdere voti a sinistra e a destra.

Poi ci sono le urne del 24 maggio con le Europee (ma anche le amministrative di molti comuni e di tre regioni) a forte rischio per il Pd, con Renzi e Berlusconi … famelici. Sarà il caso di ricordare che Massimo D’Alema gettò la spugna da premier proprio dopo una sconfitta elettorale del suo partito alle elezioni … amministrative, lasciando se stesso e il centrosinistra in braghe di tela. La storia potrebbe ripetersi facendo rientrare dalla finestra ciò che oggi esce dalla porta, cioè le elezioni politiche anticipate ad ottobre.

Scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “Da oggi entriamo nella nuova era del sindaco di Firenze. La promessa è impegnativa: basta con la palude, ossia con tutto quello che ingessa e paralizza il nostro sistema. L'ambizione, insomma, non manca: speriamo che non manchi nemmeno il realismo. Renzi arriva a Palazzo Chigi - dopo che Napolitano avrà svolto rapide consultazioni - senza che sia approvata la famosa legge elettorale maggioritaria. Anzi, a questo punto ci si chiede che fine farà quel progetto nato in un diverso contesto. Quel che conta, il neo-premier sarà privo dello strumento di pressione politica: o mi obbedite o provoco lo scioglimento delle Camere. Perché andare a votare nella situazione attuale, con il proporzionale, non serve a Renzi, come lui stesso ha ammesso. Insomma, il tornado soffia su Palazzo Chigi. Ma c'è da augurarsi che l'impazienza non abbia giocato un brutto scherzo all'uomo nuovo. Non si può sfidare la palude senza la certezza di sconfiggerla”.

Oggi Letta sale al Quirinale per presentare le dimissioni al capo dello Stato. Morto un Papa se ne fa un altro. Già domenica l’incarico a Renzi.

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