Matteo Renzi, oggi il via al "giro d'Italia" in camper. Maglia rosa o maglia nera per il "rottamatore"?

Dopo la mini tournee in terra americana per imparare come si diventa leader, Matteo Renzi mette in moto oggi a Verona il suo camper per un giro d’Italia che – a suo dire – dovrebbe portarlo alla testa del Pd e quindi, elezioni permettendo, a … Palazzo Chigi. Con questo tour, il sindaco (a tempo perso) di Firenze vuole emulare il presidente americano Obama dimenticando che girovagare per l’Italia non è una idea originale, tradotta in mille varianti da molti leader, fino a Romano Prodi.

Comunque Renzi è ottimista, sicuro di indossare la maglia rosa e vincere le primarie del pidì che, a dire il vero, sono l’ultimo pensiero degli italiani, alle prese con ben altri problemi. Quei problemi che angustiano le famiglie, i giovani, i lavoratori, gli imprenditori e che Renzi farebbe bene ad affrontare con proposte concrete e programmi credibili.

Fin ora il messaggio di Renzi è attestato sull’antagonismo generazionale proprio in una fase in cui l’Italia non è affondata e tiene grazie a gente come Napolitano, Monti e Draghi, non certo di primo pelo.

Non è un compito facile, quello di Matteo, non solo perché il corpaccione del Partito democratico non intende digerirlo (“Si candidi nel Pdl!”, è il refrain nelle sezioni) ma soprattutto perché rischia di fare concorrenza a uno come Beppe Grillo (e non solo a lui) cavalcando l’antipolitica, brandendo la clava contro i “matusa”, usando quel linguaggio populista e demagogico il cui maestro è momentaneamente in stand-by meditando il grande ritorno in campo.

Insomma, Renzi avrà molti applausi (specie da quelli che non voteranno Pd) ma anche tanta freddezza, se non proprio ostilità, da chi nel Pd pensa che icone come D’Alema, Veltroni, Marini, Bindi ecc. vadano anche criticati ma in un costume di partito dove il rispetto e il riconoscimento dei valori legati anche alle esperienze sta alla base dei rapporti politici.

Nel suo tour Renzi accentuerà il suo carattere di “bischero”, non perché lo è, ma perché sa che quella è oggi l’unica carta per giocare una partita forse più grande di lui.

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