Matteo Renzi, da “rottamatore” a “costruttore”?

Tant’è se ne dica, non c’è niente che lega i democristiani della prima Repubblica con questi di oggi, giunti all’approdo del Pd dopo molte giravolte e cambi di sigle e casacche. La differenza non sta solo nelle questioni di fondo: cultura, esperienza di governo, comunicazione, etica, concezione della politica, del partito, delle istituzioni ecc. Sta anche nell’immagine intesa come viso dei protagonisti, come la mimica facciale cambia in funzione dell’evolversi delle situazioni (personali).

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Una volta il viso di un premier diccì aveva la stessa espressione quando entrava ad occupare la poltrona di Palazzo Chigi e quando ne usciva, dopo regolare defenestrazione (parlamentare). Enrico Letta otto mesi fa entrò nella stanza dei bottoni con un largo sorriso uscendone quasi in lacrime, con la morte negli occhi. Mentre il premier in pectore Matteo Renzi mantiene sempre la stessa mimica da “bulletto”, alla Fonzie.

Chi è passato in poche ore dal muso lungo al sorriso a 36 denti è il parlamentare piddì, o meglio sono i parlamentari del Pd, esultanti perché la decapitazione dell’ex amato Letta e l’incoronazione dell’ex odiato Renzi allunga loro la vita, cioè la carriera di “onorevoli”, con potere, previlegi e soldi al seguito. Tutto ciò non riguarda la vera minoranza interna del Pd, i leader alla D’Alema e alla Bersani, certi che Matteo premier si brucerà presto, forse già dopo le elezioni di maggio, con una scoppola elettorale del Pd.

L’immagine del Pd ne esce a pezzi per l’ennesima caduta di un leader del “centrosinistra”. Letta paga per una congiura di Palazzo che viene da lontano, da come è il Pd e da cosa è il Pd, un baraccone sempre più americanizzato e berlusconizzato ad uso e consumo elettorale, per gruppi di potere che si combattono senza esclusione di colpi al vertice e in periferia.

Letta, così come prima di lui Bersani, si è trovato nudo e crudo, isolato e abbandonato (anche dagli alleati di governo) dai tanti amici in un attimo passati al nemico esclusivamente per tornaconto personale. Troppi gli errori tattici di Letta, per primo quell’insistenza sul superamento della crisi, tutt’ora devastante, ma anche il non aver difeso subito il suo governo dall’assalto del doppiogiochista Renzi. Il sindaco ha giocato bene sui tempi, quando sembrava aver abbandonato il ruolo del “rottamatore” ha invece sparato l’ultima bordata micidiale proprio contro il premier. E’ Renzi stesso che confessa “una ambizione smisurata” e afferma “se non avessi rischiato nella mia vita, ora sarei al secondo mandato alla Provincia”. Un linguaggio aspro, inusuale e intenzionalmente provocatorio, oltre il lessico di Berlusconi e di Grillo.

Ma, al di là del linguaggio e delle promesse, la domanda è: un governo Renzi con la stessa maggioranza di prima quali possibilità ha, in concreto, soprattutto per le riforme da fare?

Chiosa il padre dell’Ulivo anni ’90 Arturo Parisi: “La risposta arriverà presto, se dovessimo accumulare ritardi su quella tabella di marcia che il governo non potrà non declinare ora, alla sua nascita. La leadership di Renzi, fatta di velocità e ritmo, può sopportare tutto fuorché il ritorno al calendario dilatorio del governo Letta. E men che mai il ritorno a vecchi balletti fra legge elettorale e riforme costituzionali”. Già.

Anche perché il balletto fra “esecutivo di necessità e a tempo” e un “governo politico di centrosinistra di quattro anni” non è fatto solo di parole. Alfano e i suoi hanno più problemi del Pd ad imbarcarsi in un governo politico e di legislatura.

Scrive Mauro Del Bue: “Mettiamo il caso che Renzi riesca nel suo improbo compito di trasformare questa legislatura in una costituente, con riforme elettorali e costituzionali, che riesca a migliorare la situazione economica imponendo all’Europa la revisione dei parametri e che azzecchi qualche altra legge. Alfano alla fine di questa cavalcata dovrebbe cambiare campo e allearsi con l’opposizione di centrodestra che sfiderà subito dopo il capo del governo del quale è stata parte. Piroetta piuttosto complicata. E affare delicato per il fiorentino che il Financial Time ha denominato Demolition Men. Anche perché da adesso comincia il suo ruolo di costruttore. Funzione assai più difficile, soprattutto oggi”.

Matteo avvisato, mezzo salvato?

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