Matteo Renzi, premier (statista) cercasi …

Giorgio Napolitano sposta il piolo in avanti, prende tempo per l’incarico al nuovo premier e Matteo Renzi, innervosito e irato, alza la voce contro Angelino Alfano che mette i paletti e soprattutto torna a minacciare: “Se io fallisco si va dritti alle urne”.

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In altre parole, dopo aver bruciato tutti i tempi e aver spodestato con un vero e proprio colpo di mano tutto interno al Pd il premier Letta, il “rottamatore” è costretto adesso a fare i conti con la realtà, non solo fatta di trame del Palazzo, ma anche di passaggi delicati e complessi, tele da tessere, infiniti nodi da sciogliere, promesse da mantenere, matassa ingarbugliata dove gli interessi personali, di gruppo e di partito vengono prima di tutto.

Poi c’è la lista dei ministri, poi c’è il programma, poi ci sono gli italiani divisi fra i pochi ottimisti fiduciosi nel nuovo corso renziano e i tanti delusi e pessimisti sul futuro copia del già visto. E’ la democrazia, bellezza!

La partitocrazia della prima Repubblica, fatta di nefandezze ma anche di “nobiltà” politica, è così sostituita dalle giravolte del “leader” e del suo partito (in questo caso Renzi e il Pd) passati in un batter d’occhi dalla difesa del governo e del suo premier alla loro decapitazione.

Come scrive Eugenio Scalfari su Repubblica: “La mannaia di un partito che fa a pezzi un governo guidato da uno dei suoi maggiori dirigenti non si era ancora mai visto. Evidentemente i tempi sono bui”.

Ripetiamo, oggi per Renzi gli ostacoli non sono rappresentati dal programma (solita carta straccia?) ma dai giochi e dalle prospettive politiche, specie del centrodestra, da Forza Italia del resuscitato Berlusconi (che voterà contro il nuovo governo ma con benevolenza) al Ncd di Alfano che venderà molta cara la pelle prima del fatidico sì. Evidentemente i nodi sono di ordine culturale, oltre che politico, e vengono da lontano. Nodi impossibili da sciogliere con lo schema (schematismo?) del “piè veloce” Renzi basato sull’Italicum, cioè su un partito (il Pd) come avesse il 51% dei voti, su un bipolarismo coatto che punta a un bipartitismo di fatto, facendo terra bruciata della realtà culturale, sociale e politica italiana.

Lo stesso De Gasperi nel 1948, pur disponendo di una maggioranza assoluta e potendo governare da solo, ha optato per un governo di coalizione con i liberali, repubblicani e socialdemocratici; a maggior ragione i governi successivi della 1^ Repubblica hanno fatto delle coalizioni, non avendo la DC la maggioranza assoluta. Il ventennio della 2^ Repubblica, caratterizzata da un incompleto ed imperfetto bipolarismo (PD e Forza Italia) si è concluso per esaurimento. La quota proporzionale è nel DNA della politica italiana: evidentemente ieri e drammaticamente oggi. Il 20% dei voti va alla protesta eversiva di Grillo, segno evidente del carattere strutturale della crisi. Circa il 40% alla sfiducia del partito degli astenuti. A quel 40% rimanente di elettori, se pur diviso in varie liste, viene affidata la salute della patria. Non basterà la nuova legge elettorale, patto del Nazareno, ammesso che ci sia, a sanarla.

Questa è oggi l’Italia, con gli italiani sfiduciati, disorientati, con l’acqua alla gola. Renzi può indossare la giubba da premier, con al petto l’unica medaglia delle primarie, sviolinare le promesse come novello Berlusconi, ma per questi nodi ci vuole un premier e uno statista passato nelle più complesse e dure esperienze politiche e personali, legittimato dal popolo, non un abile comunicatore, un imbonitore, un carrierista, o peggio, un sinistro tessitore di trame da Palazzo.

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