17 febbraio 1992, scoppiava Tangentopoli: l'anniversario, la Seconda Repubblica ed il futuro renziano

Il 17 febbraio 1992 esplodeva lo scandalo Tangentopoli: i 22 anni della Seconda Repubblica e l'inizio della Terza

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Una mattina d'inverno del 1992, esattamente il 17 febbraio, una vettura con lampeggiante azzurro della Polizia si fermò davanti al Pio Albergo Trivulzio di Milano; dall'auto scesero due uomini in divisa, i quali entrarono nell'edificio. Dopo pochi minuti uscivano con l'aspirante sindaco di Milano Mario Chiesa sottobraccio, esponente di spicco del Psi; Chiesa aveva ancora in tasca la bustarella da 7 milioni di lire consegnatagli proprio quella mattina dal proprietario di una piccola azienda di pulizie.

Aveva inizio, quella mattina d'inverno, lo scandalo Tangentopoli, che ridisegnò l'intero panorama politico ed imprenditoriale italiano, gettando le basi per la Seconda Repubblica: Mario Chiesa aveva appena intascato "l'obolo del 10%", la quota che una legge non scritta imponeva di pagare sugli appalti pubblici ai capibastone politici di turno. La mazzetta intera sarebbe stata da 140 milioni di lire.

Di quello scandalo ognuno conserva il proprio ricordo personale: l'onore per le cronache dei magistrati milanesi Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Gherardo Colombo, Tiziana Parenti, Ilda Boccassini, guidati dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, catapultò il pool direttamente nelle case degli italiani; i magistrati, a quel tempo, erano visti come l'ultimo baluardo di legalità in uno Stato al collasso: la trasmissione tv "Un giorno in pretura" faceva ascolti record (8 milioni di telespettatori), le ospitate televisive dei magistrati del pool milanese divennero praticamente settimanali e la politica della prima repubblica cominciò a crollare sotto il tragico peso degli scandali.

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I punti chiave dello scandalo

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Inizialmente Mario Chiesa fu definito ingiustamente "mariuolo isolato": era quello un mero tentativo della partitocrazia politica, andato poi fallito, di salvare se stessa da una vera e propria bufera che ebbe in quattro momenti chiave l'evoluzione verso la Seconda Repubblica: il primo avvenne il 3 luglio del 1992, quando Bettino Craxi, in Aula, non respinge le accuse al suo Psi, ma amplia a tutto lo scibile politico lo scandalo:

"[...] I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. [...] nella materia tanto scottante dei finanziamenti dall’estero sarebbe solo il caso di ripetere l’arcinoto “tutti sapevano e nessuno parlava. [...] "

disse Craxi davanti a tutto il Paese; non era quello un tentativo di discreditare la classe politica della prima Repubblica, ma una semplice, quasi candida, ammissione dello stato delle cose. Il secondo momento chiave si registra il 5 marzo 1993.

Il decreto Conso

Con un decreto legge "vergogna", definito dai più un vero e proprio "colpo di spugna" il governo Amato depenalizzò il finanziamento illecito ai partiti: autore del decreto era il ministro della Giustizia Giovanni Conso, ma in verità chi tenne i contatti col Quirinale, ai fini della sua emanazione, fu direttamente il presidente del consiglio dei ministri dell'epoca, il dottor Sottile Giuliano Amato. L'inquilino del Colle, che all'epoca era Oscar Luigi Scalfaro (eletto mentre arrivava la notizia della strage di Capaci), non firmò il decreto nonostante quella fosse la prima volta nella storia della Repubblica che il Quirinale ingeriva così pesantemente nella redazione di un testo di competenza del governo.

Un modus operandi che abbiamo imparato a conoscere, ad esempio durante la drammatica vicenda di Eluana Englaro.

La firma presidenziale del decreto saltò per via delle proteste dei magistrati milanesi, che minacciarono le dimissioni in blocco se quel testo fosse stato firmato: pomo della discordia era, in particolare, l'effetto retroattivo di quel decreto.

Un nulla di fatto che però rappresenta la chiave verso il terzo ed il quarto elemento chiave nella storia di Mani Pulite.

La "pioggia" all'Hotel Raphael

Il terzo momento chiave si registra a Roma, presso l'Hotel Raphael (dimora romana dell'ex-Primo Ministro Craxi) il 30 aprile del 1993:

Al grido di "Bettino, vuoi pure queste?" l'indignazione popolare, fomentata dai media che soffiano sul fuoco dello scandalo da mesi, fa registrare uno dei momenti più eclatanti della vita pubblica repubblicana: il lancio di monetine su Bettino Craxi all'uscita dall'Hotel. Un episodio simbolo che sancisce, nell'immaginario comune, la fine politica del socialista. Al ritiro del passaporto, il 12 maggio successivo, gli inquirenti scoprirono la latitanza ad Hammamet.

L'opinione pubblica, che nelle prime settimane dello scandalo appariva smarrita, impiegò poco per schierarsi in toto con i televisivissimi magistrati milanesi, che presenziavano su tv e giornali (un'atteggiamento quasi inedito per un pool di magistrati) spiegando e motivando ampiezza e confini di Mani Pulite: la maxi inchiesta coinvolgeva tutti i partiti che, negli anni, dimostravano spese assolutamente insostenibili se rapportate ai finanziamenti leciti che percepivano. Secondo Antonio Piepoli, intervistato dal Corriere della Sera, non era mai successo che un pm fosse tanto popolare quanto Antonio Di Pietro: anche le televisioni Fininvest si schierarono completamente dalla parte del pool di magistrati, nonostante le indagini milanesi avessero già rintracciato una parte del panorama di conti esteri facenti tutti capo al futuro primo ministro Silvio Berlusconi: All Iberian cominciò proprio dall'inchiesta Mani Pulite.

Ma Craxi, così come fu per Chiesa e per i tantissimi altri arrestati dall'esplosione dello scandalo, non era che un capro espiatorio: dopo la fuga ad Hammamet lo scandalo, lentamente, si sgonfia impantanandosi nei processi infiniti, ma resta vivo nelle carni del tessuto sociale. L'imprenditore milanese Berlusconi aveva già creato l'impianto per la sua discesa in politica e fu facile per lui ottenere un consenso pazzesco, che lo portò da Villa San Martino a Palazzo Chigi.

Da corruzione a concussione

Una cosa, questa, che è stata possibile grazie al quarto elemento chiave nella vicenda Tangentopoli: durante le indagini, dopo che fioccarono come neve avvisi di garanzia verso tutti i rami ed i settori del parlamento, delle Regioni, delle amministrazioni comunali, i pm si trovarono di fronte ad un problema non da poco: sbrogliare la matassa del sistema.

La domanda fondamentale era: tutti questi fenomeni corruttivi fanno parte di un sistema consolidato che va costantemente oliato, all'interno del quale ogni parte in causa ottiene vantaggi, o è un ricatto costante dei politici verso i poveri imprenditori?

Si optò per questa seconda ipotesi, derubricando il pagamento delle mazzette ai politici non come fenomeno corruttivo ma come concussione: chi pagava lo faceva per paura, non per convenienza. Per sopravvivenza, non per vantaggio.

Se in entrambe le fattispecie di reato c'è qualcuno che riceve i soldi, la corruzione prevede un gioco tra parti (corrotto e corruttore) che la concussione non prevede (si paga per costrizione o induzione): questo dimezza la forbice penale del fenomeno ma crea un alibi storico pazzesco che, con il senno di poi, stona con il rigore mostrato dai magistrati milanesi. In molti, negli anni, hanno utilizzato questo pretesto (più rozzo, preparato per le masse spaventate) per additare quelle indagini come "politicizzate", ma l'errore nel passaggio deciso dagli inquirenti resta evidente, nella storia del paese.

"[...] Guardano in faccia, sorridono, inducono “spintaneamente” il datore di denaro a rendersi conto che o mangia quella minestra o salta dalla finestra. Io mi ricordo di un giovane ragazzo che da tre mesi faceva l’imprenditore e faceva già come suo padre. Era la regola per stare nel sistema.
Quindi di volta in volta bisogna vedere se è l’imprenditore che ha messo in tasca i soldi al politico. Ma lo deve decidere il magistrato."

Spiegò anni dopo lo stesso Antonio Di Pietro, in Parlamento. Nel corso degli anni molti di quegli imprenditori hanno potuto rifarsi una verginità in politica, spesso finendo nel gioco tra le parti del sistema partitocratico della Seconda Repubblica, o tornare nel melmoso mondo finanziario italiano (non senza ricascarci nuovamente).

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Cosa ha portato Tangentopoli?

Italian Outgoing Prime Minister Silvio B

Il risultato di quella stagione di scandali lo abbiamo vissuto tutti noi cittadini italiani: quando l'imprenditore Silvio Berlusconi vinse per la prima volta le elezioni la sua strategia cambiò e passò dalla proposta di un ministero per Di Pietro agli attacchi frontali nei confronti del pool. Partirono denunce, ci furono tentativi di attentato (ai danni del pm Colombo), cominciarono a fioccare gli avvisi di garanzia per i dirigenti Fininvest (affermare che siano una conseguenza della "discesa in campo" è una bugia bell'e buona, visto e considerato che le indagini del pool milanese sulla Fininvest risalgono ai primi mesi del 1992).

Ma i processi, una volta avviati, cominciarono magicamente ad allungarsi grazie ad un preciso istituto nel diritto italiano, la prescrizione: quello che noi di Polisblog definiamo spesso "Il Gattopardo", qualcun'altro lo chiama partitocrazia ma il senso è identico, vista la chiara volontà di tutti gli schieramenti politici (a parte piccoli casi isolati, regolarmente epurati dalla vita politica, come i Radicali) a non soccombere, cominciarono a governare a colpi di "riforme straordinarie".

In particolare i colpi d'accetta ai processi avvennero sotto i governi Berlusconi e D'Alema; di importanza storica ha, in tal senso, questo discorso che Luciano Violante dei DS fece in Aula, nel silenzio mediatico più assordante degli ultimi anni:

"L’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni, quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui, e lo sa l’onorevole Letta!
[...] Voi ci avete accusato di regime, nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, (avessimo permesso) che il fatturato di Mediaset, durante il centrosinistra, aumentasse di 25 volte!"

Quel tardivo discorso (nel 2003, ma ancor più tardiva fu la sua giusta divulgazione) spiega tutto, seppur brevemente, dello scenario post-Tantentopoli: le riforme giudiziarie messe in atto dai governi Berlusconi I e D'Alema appesantirono una macchina giudiziaria già elefantiaca, rendendo penosamente lenti i processi italiani che ruotavano attorno allo scandalo Mani Pulite.

Basti pensare che la sentenza definitiva per Berlusconi è arrivata solo nell'agosto del 2013, da un'indagine partita nei primi mesi del 1992. Berlusconi ancora non pensava a Forza Italia (lo avrebbe fatto di lì a pochi mesi).

Il suicidio dell'imprenditore brianzolo Ambrogio Mauri, il 21 aprile 1997 (non riusciva a lavorare perchè si rifiutava di pagare tangenti) è solo una tragica dimostrazione di come l'accordo bipartisan della partitocrazia italiana ha reso più forte il Gattopardo, proposto all'opinione pubblica come Seconda Repubblica, forse più tragica e corrotta della prima.

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I numeri di Tangentopoli

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Secondo l'economista Enrico Deaglio il sistema di tangenti su cui si è retto lo Stato italiano prima dell'esplosione dello scandalo di Mani Pulite ha avuto un costo enorme per il Paese: 10mila miliardi di lire annui i costi per i cittadini e un indebitamento pubblico fra 150mila e 250mila miliardi di lire (tra i 15mila e e 25mila miliardi gli interessi annui sul debito) solo solo il dato economico stimato della Prima Repubblica. Nel 1992 il rapporto debito/Pil arrivò al 102% (127% a fine 2012, calato di poco lo scorso anno): 92mila miliardi di lire di tasse decisi dal governo Amato e il drammatico prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti degli italiani fu solo la fattura del periodo tangentista.

Secondo Marco Travaglio ("Promemoria", anno 2009, Corvino Meda editore) in due anni di inchiesta Mani Pulite il lavoro dei cinque magistrati del pool milanese portò a 1300 fra condanne e patteggiamenti definitivi. Dei 430 assolti nel merito, il 19% non è stato riconosciuto estraneo ai fatti; secondo i giudici infatti "il fatto non costituisce reato" in quanto molti indagati non vennero considerati pubblici ufficiali. Il rigorismo del pool di Mani Pulite fu attaccato da più parti (ivi compreso dal procuratore milanese Francesco Saverio Borrelli, membro del pool), così difeso da Gherardo Colombo:

"Tutti coloro che indagavamo dicevano che facevano le cose per migliorare la situazione, ma noi abbiamo scoperto che invece la peggioravano con appalti inutili e vuoti. Il principio di legalità va difeso sempre e comunque."

Tuttavia i suicidi eccellenti di quegli anni, come quello di Raul Gardini o di Gabriele Cagliari, l'abuso della carcerazione preventiva fatto dal pool milanese, ma anche l'andamento dei processi: clamoroso il caso del GIP milanese Italo Ghitti che ammise che le decisioni da lui assunte nel 1992-1993 erano spesso pedissequi accoglimenti delle richieste della Procura della Repubblica: non essendogli possibile revisionare tutti gli elementi di prova questi venivano ritenuti fondati, spesso senza neppure aver avuto il tempo di esaminarli. Ghitti sostenne che, ugualmente anche il pm spesso tendeva a non verificare le indagini effettuate dalla Polizia Giudiziaria, prendendole per buone.

"Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell'esercizio dei loro poteri."

si legge nel rapporto del 1995 degli ispettori inviati in Procura a Milano dal Governo Berlusconi I.

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Il futuro renziano

Giorgio Napolitano Announces Matteo Renzi As New Prime Minister

E' di queste ore la storia del futuro renziano del Paese: un futuro che, forse tra qualche mese lo potremo scrivere con cognizione di causa, è forse il vero inizio della Terza Repubblica, dopo la caduta del governo Letta e la sentenza Mondadori di agosto 2013.

La fine di un ciclo che, con un Parlamento rinnovato al 70% e l'imminente giro di poltrone nelle aziende statali più importanti, potrebbe essere vicina, anche se ancora indefinibile. Ma, come ci ha insegnato la storia della Prima Repubblica e, successivamente, quella della Seconda Repubblica, restano alcune questioni centrali che continuano a garantire al Gattopardo le redini di un Paese sempre più spaccato: il finanziamento pubblico ai partiti che, particolarmente a livello locale (le Regioni), rappresenta uno spaccato di inciviltà opulenta che falsa il gioco democratico del Paese, la giustizia lenta e ingiusta (che abusa cronicamente del diritto grazie anche al silenzio della politica), un Parlamento depauperato dei propri poteri delegati al Governo che, allo stato attuale, è ispirato direttamente dal Presidente della Repubblica.

Una macchina dove lo stato di diritto è piegato agli interessi di chi può, mentre chi non può si fotta. Scusate il francesismo. ";}}

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