Bossi-Gelmini, le vere ragioni del "dissidio"

Vediamo di fare un po' di chiarezza dietro alle ragioni che hanno improvvisamente indotto il leader della Lega Umberto Bossi a sparare a zero sul Ministro della Pubblica istruzione. Il Senatùr, si sa, è politico di razza e fine stratega, e se di colpo inverte la rotta riguardo a uno dei cavalli di battaglia gelminiani, il progetto di tornare al maestro unico, dopo averne sottolineato in passato il benefico influsso sulle casse dello stato, il motivo c'è.

Ma prima di inoltrarci in questa disamina, spendiamo due parole a proposito di uno dei personaggi del nuovo governo che maggiormente ha conquistato la ribalta dei media. Maria Stella Gelmini è infatti il ministro che più si è distinto per spirito d'iniziativa agli occhi dell'opinione pubblica, e la sua carica di popolarità è accostabile soltanto a quella del collega Renato Brunetta per la Funzione pubblica. Ciò ha fatto di lei in breve tempo una stella di primo piano della politica, al punto che da qualche settimana si rincorrono le voci su una sua probabile successione a Formigoni sulla poltrona di governatore della Lombardia.

E qui casca l'asino. Fin dalla vittoria di aprile la strategia leghista è basata su due fronti di lotta; primo e più importante l'ottenimento del federalismo fiscale, secondo e più legato all'agone elettorale, la conquista delle tre regioni guida del nord sotto forma di presidenza del consiglio. Il progetto prevede Cota alla regione Piemonte, Zaia o Tosi in Veneto, e Maroni o Castelli in Lombardia. L'impennata bossiana ha dunque lo scopo di levare una piccola parte del terreno attualmente molto compatto sotto i piedi della Gelmini, al fine di levarsi di torno un pericoloso ostacolo sulla strada maestra.

Si tratta dunque di piccole schermaglie elettoralistiche, che nulla hanno a che vedere con la compattezza del fronte governativo. Almeno per ora.

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