"Fabbrica Italia", la "sòla" di Marchionne e della Fiat è servita

21 Aprile 2010, Investor day Fiat. L'amministratore delegato Sergio Marchionne e John Elkann, già impegnati nella loro battaglia per ottenere più flessibilità dai lavoratori, annunciano trionfalmente "Fabbrica Italia". Interviste adoranti, paginoni comprati sui giornali, tutti a bocca aperta per quello che viene definito (testualmente) "Il più straordinario piano industriale che il nostro paese abbia mai avuto". Non dai giornalisti, da Fiat. Lo slogan, suadente, "Nasce una nuova fabbrica. E Appartiene a tutti noi" (sì, c'è il punto e la frase che comincia con "E").

Roba da far tremare i polsi: la Fiat vuole investire in Italia, questi sindacati vetero comunisti, a cominciare dalla FIOM di Landini, mettono i bastoni fra le ruote ad un'azienda che promette solennemente cose come: "nei prossimi cinque anni la produzione di auto e veicoli commerciali in Italia passerà da 800 mila ad un milione e 650 mila unità all'anno". Non ci sono dettagli su come la Fiat sarebbe riuscita a vendere queste automobili in più, in un mercato già fortemente in contrazione, ma non c'era da preoccuparsi perché "Il Gruppo impegnerà quasi il 70% degli investimenti mondiali negli stabilimenti italiani". Ah beh.

Tutti tranquilli, dunque, perché comunque i soldi sarebbero arrivati e la Fiat (anche vendendo meno) avrebbe ripreso a produrre con decisione nel suo paese d'origine, quello che, per citare Della Valle, "gli ha dato tanto, troppo" in termini di aiuti. I cattivissimi sindacalisti Fiom non credono ad una parola, dicono "mancano gli impegni concreti". Un po' come per i famosi "Suv" che si sarebbero dovuti assemblare a Mirafiori, se il referendum sulla nuova flessibilità fosse stato approvato, e nessuno ha mai visto. Anche se il referendum è stato approvato. La Fiom diceva "dove è scritto che arriveranno?". Niente, l'ha detto Marchionne, quindi sarà ben vero, o no?

Passano 18 mesi ed il 27 ottobre 2011 in un comunicato la Fiat comincia a mettere le mani avanti:

Il progetto Fabbrica Italia non è mai stato un piano finanziario, ma l’espressione di un indirizzo strategico che Fiat intende seguire ed ha il significato e lo scopo di esprimere l’impegno di Fiat a risolvere le problematiche che interessano i suoi siti industriali italiani e contribuire allo sviluppo delle potenzialità industriali del Paese. Fiat ha sempre indicato con estrema chiarezza che sono condizioni imprescindibili per il raggiungimento di tale risultato, il concorso di tutte le componenti sociali, sindacati ed istituzioni, nell’assicurare la governabilità dei siti produttivi e l’attuazione degli accordi che garantiscono adeguata flessibilità operativa.

La Fiat smentisce se stessa e il suo annuncio pubblicitario ad effetto. Ci sono condizioni imprescindibili, fra le quali non viene indicato l'andamento del mercato dell'auto (che intanto era peggiorato) che vanno rispettate. Si allude, con malignità, alla mancanza del rispetto degli impegni da parte dei sindacati sulla "flessibilità operativa". In realtà i lavoratori, pur con significativi distinguo, si sono sempre schierati dalla parte di Marchionne approvando i referendum che toglievano potere ai sindacati e peggioravano le loro condizioni sul posto di lavoro. I soldi di Fabbrica Italia intanto continuano a non esserci, Mirafiori (ma lo stesso discorso vale per Cassino, Melfi, Pomigliano d'Arco) produce poco o nulla, la cassa integrazione viene utilizzata copiosamente (a spese nostre).

Bene, 13 settembre 2012, quasi un anno dopo il primo dietrofront ecco che rispunta "Fabbrica Italia" con la Fiat che annuncia di voler mollare per via del peggioramento del mercato dell'auto. Se ne vendono pochissime in generale, Fiat riesce ad andare peggio di quanto non facciano i concorrenti in Europa (la colpa però non è dell'amministratore delegato o dei suoi collaboratori, è un caso), ma ad ogni modo quelle poche continueranno ad essere prodotte per la gran parte all'estero.

Lì dove altro che "flessibilità operativa", gli stipendi sono da 500 euro al mese senza nemmeno bisogno del referendum. Poi dice che Della Valle si arrabbia.

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