Bosnia Erzegovina: le proteste nascono dalla disoccupazione, non dal nazionalismo

Dopo gli incendi alle sedi dei governi cantonali, ora si lavora su proposte concrete. Anche se manca un leader in grado di guidare i cittadini.

Dal 1995 a oggi, in Bosnia Erzegovina non si assisteva a una rivolta popolare di questa portata. Tutto è iniziato a Tuzla, dove mercoledì scorso 500 operai hanno manifestato davanti alla sede del governo cantonale contro il processo di privatizzazione degli ex giganti industriali di proprietà statale. Una mossa che ha lasciato 10 mila lavoratori disoccupati.

Da allora, abbiamo assistito a un'escalation, con proteste a Brčko, Bihać, Sarajevo, Zenica, Mostar, Kakanj, Sanski Most, Gračanica, Zavidovići, Bugojno e Orašje. Da 500 persone, che chiedevano al governo cantonale misure urgenti per far valere i diritti contrattuali (o almeno per pilotare la bancarotta delle aziende in modo da avere i sussidi di disoccupazione e recuperare così le spese previdenziale),rapidamente il fiume si è ingrossato. Le autorità si sono rifiutate di contrattare e sono cominciati gli scontri duri. Con la polizia, naturalmente. La sede del governo cantonale è stata incendiata.

Ma per parlare della Bosnia, bisognava spingersi a Sarajevo. Dove, d'altronde, il tasso di disoccupazione è al 30 per cento. Il malcontento covava da tempo sotto la cenere di una finta calma. Tanto che non c'è stato bisogno di partiti o sindacati per portare in piazza la gente esasperata. Anche qui la sede cantonale del governo è stata data alle fiamme. La polizia non è però intervenuta, forse per delegittimare il movimento e spostare l'attenzione sulle devastazioni e sulla violenza della gente scesa nelle vie. Il vulcano non era spento prima, non si è spento dopo queste episodi.

Apparentemente, è tornata la calma però. Ma il merito dei movimenti spontanei è stato di portare sul tavolo il disagio sociale di un'intera nazionale. Che soffre per l'immobilismo politico dei tre presidenti in carica. Non dimentichiamo che questa nazione è composta sostanzialmente da due entità, un distretto speciale, 10 cantoni e un alto rappresentante internazionale. Uno Stato difficile. Che continua a soffrire i danni strutturali della guerra di secessione del 1995. Da quel momento, la transizione post-socialista è stata un continuo processo di deindustrializzazione. Negli anni Duemila, la privatizzazione delle poche fabbriche statali sopravvissute ha portato al fallimento definitivo di interi comparti produttivi.

Ricapitolando: chiudono le imprese, il governo a tre teste fa fatica a governare (o non lo fa per niente), l'economia stagna, la disoccupazione si incrementa. Con essa, il disagio sociale. Quasi naturale - e forse si è atteso anche troppo - arrivare allo scontro. Se le armi sono state deposte dopo gli accordi di Dayton - che ha creato una repubblica federale divisa in due entità etniche (una unitaria e a maggioranza serbo-ortodossa, l'altra organizzata in cantoni, divisi tra la componente croato - bosniaca e quella musulmana), il Paese è scivolato in un un oblio che ha ipnotizzato tutti. Fino a mercoledì scorso.

E' come se, dopo la Seconda guerra mondiale, l'Italia avesse vissuto 20 anni di dopoguerra. Senza ricostruzione, senza boom economico. E infatti la Bosnia Erzegovina che incendia le sedi governative, oggi, è figlia di quella guerra civile. Vuole un lavoro. Stabilità. Chiede le dimissioni del governo centrale, che si è tenuto i privilegi lasciando le briciole al popolo. Nella parte serba della Bosnia, in questi giorni, nessuno è sceso in piazza. Come mai? I problemi e le frustrazioni sono gli stessi, ma il presidente Milorad Dodik è stato bravo a veicolare i media, diffondendo l'idea che le proteste nella Federacija volessero destabilizzare anche l'entità serba.

Sono state utilizzate le stesse parole e le stesse immagini del conflitto, facendo leva sull'insicurezza e sulla paura. In questa parte del Paese non si è scesi in piazza per non essere etichettati come traditori. Come a dire che gli Stati sono ancora divisi dalle etnie. Che valgono anche di più della fame e della disoccupazione. E dove la protesta c'è, manca in questo momento un personaggio credibile che possa canalizzarla. Perciò i cortei restano autonomi, senza politici di riferimento. A Sarajevo, però, le assemblee di cittadini qualcosa di buono stanno ottenendo, a partire da alcune proposte: la formazione di un governo tecnico a interim per il cantone di Sarajevo, la revisione delle procedure di privatizzazione e adeguamento salariale, la formazione di un comitato indipendente di inchiesta che chiarisca le responsabilità rispetto agli eventi di venerdì 7 febbraio, il rilascio dei manifestanti arrestati.

Le assemblee si sono divise in due gruppi di lavoro, che hanno ottenuto la solidarietà transfrontaliera di intellettuali e professori universitari, che hanno deciso di partecipare alle assemblee pubbliche. Cosa ne verrà fuori? Se le assemblee dovessero tradire le grandi aspettative delle ultime ore, la frustrazione per un'occasione mancata potrebbe sfociare in proteste ancora più violente. Altrimenti, potremmo parlare di primavera bosniaca. E chi ha il potere, potrebbe finalmente capire che è venuto il momento di fare qualcosa: preferibilmente passare la mano.

Proteste in Bosnia

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