Renzi corre, Alfano frena, Berlusconi minaccia

Come e forse peggio dei periodi più bui della prima Repubblica la trattativa per far nascere il nuovo governo si svolge su più piani e nei meandri più nascosti con il premier incaricato Matteo Renzi stretto nella morsa partitica fra il resistente Angelino Alfano che alza la posta per i … posti e il prestigiatore Silvio Berlusconi che da una parte blandisce il “rottamatore” e dall’altra paventa elezioni a mo’ di minaccia.

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A che gioco giochiamo? Al solito gioco delle tre carte, con il rischio non tanto che il nuovo esecutivo non nasca ma che isserà poi la bandiera del “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Renzi avanza a zig zag, mostrando una baldanzosa sicurezza al limite della spavalderia cercando di accelerare verso Palazzo Chigi con carota e bastone.

Si tratta ora di vedere qual è il prezzo che Matteo pagherà per chiudere la partita, non solo e non tanto in termini di nomi da inserire nelle caselle ministeriali, ma sui contenuti programmatici, sulle riforme, in una scala di priorità politico-istituzionali e di tempi che potrebbero vanificare in parte o totalmente l’impianto del nuovo premier volto a rivoltare la politica e il Paese come un calzino.

Fatto sta che la cosiddetta opinione pubblica, cioè gli italiani, ne hanno le tasche piene di dover assistere a un teatrino politico che ha portato il Paese sull’orlo dell’abisso. Come dice qualcuno: “Il pallino della democrazia rimbalza, da qualche tempo, tra un nababbo spregiudicato, un comico spacca tutto e nuovi protagonisti che fanno concorrenza ai primi due. L’onda si sposta ogni volta vistosamente ed è arduo prevederne gli effetti a lungo termine”.

Detto in altre parole, Renzi va a Palazzo Chigi non solo privato della legittimazione data dal voto, decisivo “pass” per la credibilità democratica, ma soprattutto non con la spinta e con gli Urrà! degli italiani, tutt’ora perplessi, amareggiati, sconcertati di come tutta la vicenda si è svolta e si svolge.

Scrive il direttore di Avvenire Marco Tarquinio: “ C’è tanto da fare: tagliare le pastoie che bloccano i "muscoli" dell’Italia (le famiglie, le reti sociali, la scuola, le imprese che costruiscono e condividono beni e futuro), spazzar via arroganze e inerzie di palazzo, dare trasparenza e asciuttezza alla struttura politica e istituzionale, bonificare spesa inutile e burocrazia irresponsabile, restituire equilibrio e sostenibilità a un sistema fiscale che oggi, purtroppo, umilia e demotiva gli onesti e i solidali...”. Già, una rivoluzione senza fucili. Si può fare basandosi sostanzialmente su “un uomo solo al comando”?

Enrico Berlinguer giunse al Compromesso storico sull’onda dei tragici fatti cileni e perché per cambiare l’Italia “non basta neppure il 51% “. Altri tempi, ma la sostanza non cambia.

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