Venezuela: proteste proseguono, Maduro chiede colloquio a Obama

Il presidente del Venezuela accusa Washington di istigare la violenza contro di lui, ma poi invita il numero uno della Casa Bianca a colloqui diretti.

Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, cerca di uscire dalla crisi interna - a Caracas continuano le manifestazioni dei suoi oppositori - invitando il numero uno della Casa Bianca, Barack Obama, a colloqui diretti. Nel contempo, il successore di Chavez ha condannato nuovamente i moti, definendoli un "colpo di Stato in progress istigato da Washington".

Difficile capire come le due cose si concilino: da una parte l'invito a Obama, dall'altra le accuse agli Stati Uniti di tramare nell'ombra per farlo cadere. Nelle ultime settimane, nel Paese sudamericano sono morte almeno nove persone (con 134 feriti) nel corso di scontri. In piazza anche le donne chaviste, che invece appoggiano Maduro. Quest'ultimo, come detto, prima ha bacchettato il segretario di Stato Usa, John Kerry, che venerdì scorso aveva definito "inaccettabili" le violenze in Venezuela.

Insomma, l'invito diretto a Obama potrebbe essere un gesto di disperazione: Maduro sente che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Nello Stato di Tachira hanno spento il segnale internet e i telefoni e sarebbero state disconnesse anche le telecamere di vigilanza ai semafori. "Nei cieli di San Cristobal, la capitale di Tachira, volano aerei militari che sembrano essere cubani". Le forze in arrivo dall'isola caraibica dovrebbero dare manforte a Maduro.

Le ultime notizie danno trai feriti pure padre Jose Palmar, che su Twitter si presenta come "Parroco dei barrios, giornalista e parlatore, sacerdote cattolico devoto di Maria Santissima e primo martire caduto in ginocchio sotto i colpi del madurismo castrista". Padre Palmar sarebbe stato aggredito durante le manifestazioni che si sono tenute a Maracaibo.

Proteste in Venezuela

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