Renzi, domani al Senato il primo esame della “fiducia”. Intanto il Pd scende. E sale il Cav

Fatto il governo, disfatto il Pd? Non c’è bisogno di Frate indovino per sapere come sta in salute il partito di Matteo Renzi in poche settimane “normalizzato” su misura e ad uso e consumo del “rottamatore”, oggi con il doppio incarico segretario/premier.

Matteo Renzi Presents His New Government At The Quirinale Presidential Palace

Negli ultimi sette giorni il Partito Democratico perde il 2,3%, scendendo dal 32,2% al 29,9% (sondaggio Swg sulle intenzioni di voto), come dire, perde una montagna di voti. E, guarda caso, cresce Forza Italia (dal 20 al 21,8%), il partito di Silvio Berlusconi, l’ex premier con cui Matteo ha sancito il patto del Nazareno sull’Italicum e zone limitrofe.

Il governo di Renzi è per ora il governo dei record (solo 18 ministri, 8 donne nell’esecutivo, premier più giovane, 46 anni l’età media dell’esecutivo ecc.) e il partito di Renzi rischia di accumulare record, ma in negativo: dalla faccia funerea e irata dell’ex premier Letta nello scambio della campanella, al flop delle primarie per i segretari regionali, alle divisioni interne ai vertici (con minacce di voto contrario al nuovo esecutivo di alcuni parlamentari pidì e addirittura di scissione) come in periferia, è tutto un accumulo di beghe di ogni tipo che sconcertano la base e allontano l’elettorato.

Con questo andazzo, in mancanza di una svolta decisa, le elezioni europee e amministrative di maggio, sono per il Pd ad alto rischio. In tale caso non è impensabile che l’eventuale onda negativa possa travolgere Renzi e il suo governo.

Non a caso Berlusconi da una parte fa l’amico porgendo la mano per un suo appoggio parlamentare e dall’altra fa il lupo cattivo porgendo il guanto di sfida: “Il voto è vicino, teniamoci pronti!”.

Intanto, fra una battuta e l’altra (“La ricreazione è finita”, “Mi gioco la faccia”) il Renzi I° - esecutivo marcatamente “politico” - si mette in cammino: domani lunedì il voto di fiducia in Senato, martedì alla Camera, poi la nomina dei sottosegretari e via andare.

Scrive Marco Tarquinio su Avvenire: “E’ netto il segnale composto da Renzi, nel tentativo di rifondar e la maggio­ranza “senza alternative e senza scampo” requisita con più di una ruvidezza e un rapido grazie finale a Enrico Letta: si cambia musica, anche se lo spartito (largamente dettato da Bruxelles) è ancora lo stesso. E questo vuol dire che, a­desso, in fatto di riforme e di buone pratiche amministra­tive, o si fa tutto ciò che serve all’Italia o niente verrà per­donato al “rivoluzionario” leader che ha preteso di inte­starsi i passaggi decisivi di una stagione comunque cruciale. È una rivendicazione di ruolo, e una insistita dichiarazio­ne di fiducia, al cospetto di un Paese che si sente spiazza­to, che ormai non riesce più a nascondere fatica e scora­mento, che non è disposto a riconoscere facce “di riserva” a questa politica (e, probabilmente, sta dubitando anche del mito sulfureo di una risolutiva antipolitica)”.

Ma il barometro non promette bel tempo. Berlusconi, come già detto, fa il gioco delle tre carte e soffia sul fuoco: “Questo governo non durerà a lungo. Un governo imposto è roba da prima Repubblica”. E da domani, appunto, con la Fiducia, si passa dalle parole ai fatti, per il governo c’è la prima conta al Senato con l’agguato dei franchi tiratori del Pd e dei centristi “autonomi”: i “sì” certi non vanno oltre i 160 voti (su 320 votanti). Chi fa passare il mal di pancia alla pattuglia pd dei Civati&C? Saranno decisivi i Popolari di Mauro e i grillini delusi del gran capo Grillo.

Renzi può sperare non tanto sul suo appeal ma sul fatto che “questi” senatori non vogliono andare a casa e si tengono ben stretta la loro cadrega. Ma, si sa, mai dire mai.

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