Dossier giustizia, in nome del popolo italiano

Ripartire dal processo Abu Omar per una vera riforma della giustizia: quali sono i dossier più scottanti sul tavolo del Guardasigilli? Quali le riforme improrogabili?

Il ministro Andrea Orlando eredita uno dei ministeri più complicati da amministrare: tra faide interne alla magistratura, riforme necessarie e impossibili, sovraffollamento carcerario, carenza di organico e varie ed eventuali, lo spettro del Gattopardo è onnipresente nelle stanze del ministero di via Arenula.

Sarà forse per le tante patate bollenti da maneggiare, tra i numerosi dossier sul tavolo del ministro, che lo stesso Orlando ieri mattina ha telefonato a Rita Bernardini, segretario di Radicali Italiani e molto battagliera in materia di giustizia, chiedendo ufficialmente un incontro: la classica "voce fuori dal coro dei Radicali", che dicono cose per tutti condivisibili e auspicabili, salvo poi dimenticarle, sarà audita (è già successo) dal Guardasigilli.

La scrivania di Orlando, prima ancora del suo insediamento, era già stracolma di carte:

- la riforma del processo civile;
- l'amministrazione della giustizia;
- il sovraffollamento carcerario;
- la riforma della magistratura;
- il processo penale;

La consegna per Orlando, dietro suggerimento del primo ministro Renzi (imbeccato a sua volta dall'eminenza grigia della comunicazione del premier, il blogger e giornalista Filippo Sensi) è di non tornare sul "derby ideologico" che ha spaccato il Paese negli ultimi 20 anni, quel "Berlusconi VS Magistratura" che ha di fatto stroncato dal 1992 ogni spinta riformista.

Temi che, nella fragilità parlamentare che rappresenta quasi perfettamente un Paese sull'orlo di una crisi di nervi, sono oramai un vero e proprio tabù, nel rispetto pieno dell'assioma "chi tocca i fili muore" (è già successo ad Annamaria Cancellieri durante il pretestuoso "affaire Ligresti"): la responsabilità civile dei magistrati e il processo breve da un lato che si scontrano con la necessità di mettere mano alle tante leggi ad personam scritte negli anni in un conflitto ideologico che non tiene conto del dramma assoluto in cui versa l'intero apparato giudiziario (civile e penale) del Paese.

Quello della giustizia è un tema tanto caro a Napolitano quanto mal considerato dagli emicicli di Camera e Senato: il Presidente della Repubblica che, per la prima volta nella storia del Paese, invia ben due messaggi alle Camere chiedendo di cominciare ad affrontare gli scottanti temi sulla giustizia italiana, ritiene la riforma (non a torto) un atto fondamentale per quella "modernizzazione" della quale l'Italia ha un gran bisogno: un ministero che è stato abilmente reso, da Matteo Renzi, merce di scambio con lo stesso Napolitano durante le ore passate a formare la nuova compagine di governo.

La nomina di Andrea Orlando, che non è esattamente a digiuno di giustizia, al posto di Nicola Gratteri (i muri del Quirinale raccontano di una posizione irremovibile del Presidente della Repubblica sul "no" ad un magistrato alla giustizia) è stato il compromesso dal quale ora ci si attende di vedere il prestigio: la riforma della giustizia.

Partendo da un punto chiaro, motivo per cui vi raccontiamo la storia che segue: sostituire la ragion di Stato con il senso dello Stato.

Un elemento, questo, che rappresenta la prima chiave di volta per il sistema giudiziario, che deve riconquistare la fiducia degli italiani nelle istituzioni democratiche, dando garanzia di terzietà ed avviando la storia dello stato di diritto anche in Italia, all'alba della Terza Repubblica.

Il caso Abu Omar

A folder reading "notes on the defence i

Il caso processuale legato alla vicenda dell'imam di Milano Abu Omar è emblematico di come sia necessario un cambio di rotta in materia giudiziaria. Un pasticcio in cui, come altre volte, è coinvolto non solo il ministero della Giustizia, ma anche quello dell'Interno e della Difesa.

La sentenza definitiva del processo Abu Omar rende "giustizia" unicamente alla limacciosa "ragion di Stato", in evidente contrapposizione con "lo Stato della ragione" o, più generalmente, con lo stato di diritto.

Il processo Abu Omar, evocato a sproposito e ad orologeria da tutti i giornali durante la vicenda Shalabayeva e quasi dimenticato oggi (su Repubblica, che sollevò il caso grazie alle inchieste di Giuseppe D'Avanzo e Carlo Bonini, compare un piccolo trafiletto a pagina 19), dovrebbe rappresentare il punto di partenza dal quale il nuovo governo potrebbe cominciare a risalire la complicata matassa della riforma della giustizia in Italia.

La sentenza Abu Omar, che assolve l'ex numero 1 del Sismi Nicolò Pollari (e con lui Marco Mancini e tre agenti del servizio segreto militare), dopo una condanna a 10 anni in Appello, dimostra come certi fatti vadano sapientemente tenuti sotto silenzio; pubbliche vergogne che, in mano a uomini potenti, diventano armi affilate contro il nemico e bombe ad orologeria con il trascorrere del tempo: un processo terminato con un "non doversi a procedere per segreto di Stato", un segreto posto per la prima volta dal governo Prodi nel 2006 e, mano a mano che cambiavano le terga sulle poltrone del governo, da tutti gli esecutivi che lo hanno succeduto, ivi compreso l'ultimo retto da Enrico Letta.

Una sentenza che sconfessa la procedura penale, che sconfessa la ragione umana, addirittura arriva a sconfessare la stessa magistratura (troppo "manettara" in quel processo d'Appello che condannò gli imputati): era stata la stessa Cassazione, oltre che la Corte d'Appello di Milano, a stabilire che il sequestro di persona è un reato troppo grave per poter essere coperto da segreto di Stato. Come spiega Luca Fazzo sul Giornale il 14 gennaio scorso il governo Letta confermò l'apposizione del segreto di Stato che, secondo la sentenza di ieri, tutela il principio di salus sei publicae e conferma che solo al potere legislativo spetta stabilire i confini del segreto.

Segreto di Stato. Una formula odiosa che copre un'azione di terrorismo di Stato: l'imam di Milano Abu Omar, grazie alla collaborazione di agenti della Cia e del Sismi (erano i tempi della guerra globale al terrorismo e quello di Abu Omar fu il primo caso di extraordinary rendition della Cia in Europa), fu rapito in viale Jenner a Milano, sequestrato, estradato in Egitto e qui torturato e seviziato. Dal 2003 vive in libertà controllata. Di fatto quel blitz bloccò le indagini che la procura di Milano stava svolgendo sull'imam, che nei processi viene riconosciuto come vittima.

Una vittima sacrificata sull'altare di Enduring Freedom grazie alle pressioni dell'ambasciata statunitense sul governo italiano di allora (Silvio Berlusconi primo ministro e Roberto Castelli guardasigilli), che chiedeva di non coinvolgere i 23 agenti della CIA infine condannati, ad una sorta di polizia parallela (il D.S.S.A. di Gaetano Saya), all'opera di un uomo, Nicolò Pollari, troppo potente per capitolare in un processo. Un uomo che custodisce i più scabrosi segreti italiani e che, proprio per questo, va protetto con ogni mezzo possibile.

La pubblica accusa ha chiesto la revisione del processo ma, se un giorno un Tribunale italiano dovesse rivedere il caso, Pollari beneficerebbe della prescrizione.

Restano solo le condanne inflitte agli agenti americani, che pure hanno un valore
meramente giuridico (visto che non un dollaro di risarcimento e non un giorno di carcere verrà fatto da alcuno per questa vicenda): impensabile, come in tanti altri tragici esempi, parlare di "giustizia fatta".

La ragion di Stato che batte, ancora una volta, il senso dello Stato.

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