La riforma del processo penale

Sulla riforma del processo penale sarà battaglia in Parlamento: riuscirà il governo Renzi a superare il "derby ideologico"?

Con 3,4 milioni di processi pendenti, un sovraffollamento carcerario che ne è la cartina tornasole e le evidenti storture del principio di certezza della pena (e del diritto), la riforma del processo penale rappresenta un altra, macroscopica e necessaria, necessità del sistema giudiziario italiano.

Una necessità che nasconde in ogni proposta, in ogni cavillo, in ogni discussione, uno scontro ideologico oramai ventennale, un "derby ideologico" viene definito nelle stanze rottamanti di Palazzo Chigi e di via Arenula (con la precisa consegna di parlarne il meno possibile per evitare il riaccendersi di vecchie polemiche).

Sulla riforma del processo penale, necessaria perchè, per dirla con i Radicali di Marco Pannella "l'Italia è un regime in evidente flagranza di reato per il degrado delle proprie carceri e per l'incertezza del diritto", le istruzioni accordate tra il primo ministro, il suo capo comunicazione ed il ministro della Giustizia ricalcano molto l'impronta data da Emma Bonino all'Unità di Crisi della Farnesina: basso profilo e lavorare.

E' evidente che Andrea Orlando toccherà la patata più bollente, assieme al sovraffollamento carcerario, mettendo mano alla riforma del processo penale, che deve necessariamente partire dall'abolizione di un numero imprecisato di reati utili solo ad affollare le aule di tribunale e, ancora peggio, le carceri. Ad annunciare l'imminente testo era stata il ministro Cancellieri, i primi di gennaio:

"E' ancora in cantiere, ma è un cantiere quasi completato. Ancora qualche giorno, il mese di gennaio è quello buono. L'impegno è farcela per gennaio."

poi però è successo il patatrac, il governo Letta è caduto e la rottamazione si è avviata.

La riforma del processo penale, va detto, non è certamente tra le priorità del "Paese reale", benchè resti una necessità per il livello di civiltà dello stesso Paese: rivedere il destino processuale di chi, lo ricordiamo, è presunto innocente fino al terzo grado di giudizio è una necessità di civiltà. Altrettanto necessario è mettere mano alle lungaggini processuali: la media nazionale per ottenere una sentenza penale in primo grado è di 3 anni e mezzo, alla faccia della certezza del diritto.

Può sembrare una questione da addetti ai lavori, un tema di pura lana caprina per parrucconi e parolai, ma non è così: la Corte europea dei diritti dell’uomo da oltre 15 anni condanna l'Italia a causa della lentezza dei processi e dei danni che la giustizia provoca ai cittadini. Condanne che costano soldi (milioni di euro di danaro pubblico, 340milioni di euro il debito risarcitorio dello Stato nei confronti delle vittime), oltre che un inevitabile aumento dello spread dello stato di diritto in Europa.

Le prime necessità sono dunque due: che si mitighi il ricorso all'azione penale, che il codice prevede oggi come obbligatoria, e che si metta mano alla carcerazione preventiva riducendo l'abuso della custodia cautelare in carcere e riducendone i tempi.

Molti avvocati penalisti ritengono una vera e propria palla al piede il rito del processo penale, che andrebbe semplificato e reso più simile a quello del processo civile: indagini preliminari, esame e decisione del Gip, udienza preliminare, primo grado di giudizio, appello, cassazione, tribunale di sorveglianza per l’esecuzione della pena. Questo è l’iter per i processi perfetti, quando tutto fila liscio e l'imputato viene giudicato da 14 giudici (in non meno di 7 anni): un'utopia per chi finisce, anche per reati bagatellari, tra le affilate grinfie della giustizia italiana.

Il testo della riforma

ITALY-JUSTICE-BERLUSCONI-TRIAL

Il riserbo sul dossier "giustizia penale" all'attenzione del ministro Orlando è strettissimo, proprio per i motivi che descrivevamo poc'anzi: il riaccendersi del "derby ideologico".

Tuttavia, le informazioni che abbiamo descrivono un testo in cui si parla di vecchi cavalli di battaglia berlusconiani: la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere, la riforma in senso uninominale e maggioritario del sistema elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura sono i temi che più dividono il dibattito politico. A questi però vanno necessariamente aggiunti (e non per una questione di "pluralismo", termine abusato quanto svuotato di senso) altri provvedimenti, cavalli di battaglia del centrosinistra: l'abolizione delle ormai mitiche leggi ad personam. Si pensa di reintrodurre il reato di falso in bilancio e del reato di auto-riciclaggio, l'abolizione della legge ex-Cirielli, le modifiche della legge sulle intercettazioni e, sopratutto, la rivisitazione dei tempi della prescrizione, definita da molti "amnistia per ricchi").

Su questi temi, c'è da scommetterci, la battaglia parlamentare sarà serratissima e, presumibilmente, semi-violenta. Nel campo della procedura il testo del Ministero della Giustizia prevede l’esclusione del diritto dell’imputato di proporre personalmente il ricorso in Cassazione, l’elevazione fino al doppio della pena pecuniaria in caso di inammissibilità del ricorso (da un minimo di 2 mila fino a 10 mila euro), l’archiviazione del procedimento se il fatto commesso è di gravità particolarmente bassa e, quando, nel patteggiamento si deve solo rettificare il tipo o la lunghezza della pena per errori di calcolo, la correzione sarà disposta anche d’ufficio dal giudice che ha emesso il provvedimento (mentre oggi è oggetto di ricorso ad altro giudice): evitare sperperi inutili di forze, denari e tempi è, per lo Stato, una priorità assoluta nella riforma del processo penale.

La comprensibilità delle sentenze è un altro tema sul tavolo del ministro, che tuttavia sembra non stia lavorando in alcun modo sulla revisione del regime di carcere duro 41bis (un unicum nel mondo), sulla pena dell'ergastolo (che una parte della società civile vorrebbe vedere abolito), sull'abolizione della possibilità di assunzione di incarichi extragiudiziari da parte dei magistrati.

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