Renzi, il governo prende il largo: verso le riforme o verso le urne?

I governi si giudicano dai fatti e anche per l’esecutivo di Matteo Renzi sarà così ricordando che quando le promesse non vengono mantenute è sempre troppo tardi per porvi rimedio. Così è da almeno 20 anni e non è un caso che l’Italia resta in mezzo alla palude, incapace di agganciarsi al treno della ripresa, con la zavorra di bubboni da incidere con scelte politiche che tutti i premier promettono all’inizio ma che nessuno poi fa.

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Adesso, dopo la fiducia alle Camere, il nuovo esecutivo lascia gli ormeggi e prende il largo: il cielo non è azzurro, molte nubi cupe incombono all’orizzonte, il sole non si sa dov’è. Il “capitano”, rookie ma baldanzoso, dice che sa dove puntare il timone e perché, pronto a pagare di persona se la nave dovesse affondare, come se sopra non ci fossero 60 milioni di italiani.

Insomma, il gioco si fa duro ma la partita è aperta. Si capirà presto se la rivoluzione promessa avrà possibilità di realizzarsi e come. Scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “ Qui Renzi è fin troppo elusivo, per essere un uomo che parla chiaro. Non si sa dove intende trovare le risorse per le riforme ed è un punto cruciale. Sarebbe grave se il sogno annunciato si risolvesse in un torrente di parole e in una campagna elettorale permanente. La delusione sarebbe drammatica, dopo le grandi attese suscitate”.

Già, la campagna elettorale permanente, esattamente come è da troppi anni. A Renzi pesa assai l’ombra di aver conquistato Palazzo Chigi senza la legittimazione democratica del voto, solo dopo la defenestrazione di Letta, grazie a un malcelato blitz di partito, tutt’ora né carne né pesce, contraddittorio e paradossale, come ha dimostrato anche ieri a Montecitorio nel caloroso applauso all’ex premier e all’ex segretario.

Anche Bersani, rientrato in Aula per marcare il “suo” territorio, non lavora per la “ditta” ma per lanciare una cima e riportare fiducia ai drappelli falcidiati e dispersi dalla spada del “rottamatore”, cui le minoranze interne augurano solo un “buona fortuna”, come l’ultimo addio di amanti traditi.

Il Pd esce stremato da questa vicenda: se si votasse oggi, pur con premier e governo in mano, sarebbe sotto il 30% (dato psicologicamente deleterio), con l’Italicum e senza alleati (perché i partitini sarebbero eliminati dalla Legge truffa), costretto all’opposizione, surclassato dal centrodestra berlusconiano. Ecco perché le elezioni europee e amministrative di maggio sono per il Pd come un meteorite che s’avvicina minaccioso. Ed ecco perché al Senato e alla Camera Matteo Renzi ha parlato non ai parlamentari ma agli italiani.

Che c’è di male, si dirà? Nulla, se non che promette pane (riforme) a tutti senza dire chi paga. Il premier non fa discorsi da statista ma da capo partito (tant’è che al Senato inneggia al Pd come “esempio” di virtù), come faceva Berlusconi con il partito del predellino. Anche il Cav prometteva l’abolizione dell’ICI incamerando voti, idem con l’IMU tale da recuperare su una disfatta annunciata.

Renzi fa promesse che sa di non poter mantenere, preparandosi alle urne (in autunno?), pronto a incolpare altri ( o il destino cinico e baro) per i risultati mancati. E’ l’unico modo per non cuocere a fuoco lento tentando il tutto per tutto con nuove elezioni. Tale e quale Berlusconi che, non a caso, l’altro ieri annunciava di prepararsi al voto. I due “onoreranno” così il patto del Nazareno, approvando l’Italicum-truffa per approdare poi alle urne e dividersi le spoglie dell’Italia.

Dice il segretario dello Spi-Cgil Carla Cantone: "Ho ascoltato il discorso di Matteo Renzi, un elenco di cose che ha in mente di fare, che vuole proporre, le priorità del suo governo... ora vorrei capire dove recupera le risorse, augurandomi che si rivolga a chi detiene oltre il 50% delle rendite del Paese. Vada a prenderle lì le risorse che servono". Già. Lì sta la linea del Piave.

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