FIAT, crisi specchio della debacle dell'Italia

La FIAT non è il PD e il braccio di ferro fra l’89enne Cesare Romiti e il 61enne Sergio Marchionne non ricalca la lotta per le primarie fra il “nuovo” Matteo Renzi e il “vecchio” Pier Luigi Bersani. Però c’è un filo che lega le due questioni, ed è quello della rottamazione: di leader e gruppi dirigenti, di casta politica, di imprese ed economia obsolete e fallimentari.

Torniamo alla FIAT, con l’ex Ad Romiti novello fustigatore del suo successore accusato di aver mal ridotto il grande gruppo automobilistico torinese. In particolare l’ex presidente - culo e camicia con l’avvocato Gianni Agnelli e giocatore a 360 gradi nello scacchiere dell’economia e della politica italiana per decenni – tuona contro l’attuale Ad, incapace di una strategia industriale innovativa, lasciando la FIAT a subire più di altre Case i colpi della crisi mondiale proprio a causa della mancanza di nuovi modelli.

Un rimprovero non privo di verità, ma c’è da chiedersi da che pulpito, quando la FIAT di Romiti, pur ingoiando a dismisura denaro pubblico, iniziò il declino, mancando di una visione strategica e producendo auto inadeguate quali la Duna, l’Argenta, la Regata ecc. Evidentemente la diatriba fra i due Ad è solo una (piccola) parte di un tema ben più complesso, dove al centro ci sta la crisi generale dell’Italia (con le sue specificità rispetto agli altri Paesi europei), la crisi politica e istituzionale, il ruolo negativo della finanza e delle banche, la mancanza di un progetto industriale nazionale, la proliferazione (esagerata) delle micro e piccolissime imprese, utili solo a gonfiare gli apparati burocratico-impiegatizio delle associazioni di categoria ecc.

Comunque, col mercato non si scherza, e oggi la FIAT paga più di altri marchi perché non ha, quantomeno in Italia e in Europa, modelli adatti a fronteggiare la congiuntura negativa. Questo, caso mai, l’errore di Marchionne, che ha puntato tutto nella … “fuga” dal Belpaese, illudendo sull’inesistente piano Fabbrica Italia “gonzi” come Chiamparino, Fassino, mezzo Pd, Cisl e Uil. Quel Piano non esiste forse neppure sulla carta e nell’incontro di sabato prossimo con Marchionne il premier Monti non tireraà fuori il classico ragno dal buco rimanendo con un pugno di mosche in mano. Di questo passo, lo smantellamento del gruppo FIAT sarà presso che totale.

Ora, la Camusso fa la voce grossa (“Avevamo ragione noi”) brandendo la clava ideologica, come se l’Italia fosse un Paese comunista. La FIAT può andarsene dall’Italia – dove la proprietà privata è tutelata - quando e come vuole, portandosi via anche brevetti, oltre che macchinari e i … rubinetti dei bagni. L’idea della nazionalizzazione è solo una trovata propagandistica vetero-comunista che fa il paio con quella di “obbligare” Marchionne a produrre esclusivamente auto e mezzi di trasporto urbani elettrici e a biogas, come se ci fosse un mercato pronto ad assorbirli. Sembrano le idee del Pci anni 50-60.

Allora? Marchionne si illude quando pensa di salvare la FIAT producendo in Serbia con gli operai a 300 euro al mese. Va rispolverato l’orgoglio del Made in Italy perché l’Italia ha insegnato come si fa l’automobile al mondo intero e ancora oggi lo dimostra con la Ferrari, iceberg di una eccellenza italiana ben più vasta. Aver ridotto la Lancia e l’Alfa Romeo in queste condizioni è vergognoso, marchi prestigiosi e Case capaci di competere con BMW, Audi e Mercedes.

Ma i tedeschi –lavoratori e sindacati compresi – hanno preso la crisi per le corna, rilanciando, non smantellando. Là il sistema-Paese (compresa la scuola, l’università e la formazione) non si è fatto travolgere, qui, 20 anni di berlusconismo hanno prosciugato l’Italia. Invece che sui maestri del “tornio” si è puntato sui “talenti” quali la Minetti e il Trota, dimenticandosi delle fabbriche e dei lavoratori, esaltando l'effimero, i Corona, il Bunga bugna, il puttanaio. Qui siamo. E il Pd pensa alle primarie. Cercasi ottimismo, per adesso.

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