Pd nel Pse, scelta oculata o ennesimo passo falso?

La standing ovation riservata a Roma da Martin Schulz e compagni a Pierluigi Bersani e (anche) a Matteo Renzi sono il coronamento politico e d’immagine dell’ingresso del Partito Democratico nel Pse.

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L’ex segretario ha definito questo passaggio del pidì nella famiglia dei socialisti d’Europa: “Un fatto storico” senza precisare il perché questo “salto del fosso” non sia stato compiuto prima, lasciandone a Renzi l’onore e l’onere. Il vecchio segretario e il giovane segretario-premier si sono ben guardati di ricordare l’evoluzione dei fatti che, dalla fondazione del Pd ad oggi, si sono avvicendati, giungendo infine a questa conclusione, per nulla scontata fino all’arrivo al Nazareno del “rottamatore”.

Un fatto è certo: finalmente il Pd esce dall’ambiguità, getta la maschera, chiude l’equivoco sul quale si era fondata la nascita stessa del Pd nel 2007. Chi si ricorda oggi dell’obiettivo politico e culturale a base della formazione del Partito Democratico?

Dopo la fine della prima Repubblica e la bufera di Tangentopoli con il ko dei grandi partiti (in primis Dc e Pci) l’ambizione era quella di creare un nuovo contenitore politico in cui le due principali culture politiche italiane – quella cattolico-popolare (ex Dc) e quella comunista-socialista riformista (ex Pci) – potessero trovare una sintesi per rifondarsi e rigenerarsi in un nuovo grande partito, capace di affrontare le nuove sfide della globalizzazione e ben lontano di rappresentare reduci nostalgici e rancorosi.

Precisa il deputato centrista Giuseppe De Mita: “Il tradimento si è compiuto perché si è tradito quanto deciso nei rispettivi congressi di Ds e Margherita per giungere alla fusione e creare il Pd. All’epoca la Margherita aveva posto come condizione per il suo ingresso la non adesione al Pse”. Epoca in cui la Margherita godeva di un bel pacchetto di voti, indispensabili ai Ds per costituire un partito forte e credibile politicamente ed elettoralmente.

L'altro giorno, nella Direzione nazionale della “svolta” pro Pse, solo Beppe Fioroni, a mo’ di testimonianza, ha votato contro, isolato e quasi deriso come fosse un intruso, con i "giovani" del Pd ignari degli eventi precedenti e con lo stesso D’Alema a ironizzare sulla componente moderata-cattolica interna, di fatto considerata zavorra. Per non parlare di Renzi che va oltre l’ironia:“Anche io comprerò i pop-corn per assistere all’epico scontro D’Alema-Fioroni sul ruolo dei cattolici dentro la sinistra europea”.

E’ evidente che aderendo al Pse, il Pd sposa una cultura, una storia, un modo di intendere e di fare politica, una visione del mondo, ben lontana da quelle del popolarismo italiano. La scelta cera un solco: se può accontentare una parte (di sinistra) del Pd scontenta un’altra parte, di certo minoritaria ma non secondaria, anche in proiezione elettorale.

In altre parole: se il cattolicesimo popolare non ha nulla in comune (o poco) con il socialismo (socialdemocrazia) europeo, come possono convivere ancora i militanti e gli elettori del Pd non proveniente dal filone ex Pci o dalla sinistra?

Il dado è tratto. L’ingresso del Partito Democratico nel Pse costringe i post democristiani e chi non crede nella socialdemocrazia a fare una scelta. Presto si vedrà se così il Pd veleggerà con più spinta, o se alla fine, fatti i conti, si pentirà per aver commesso l’ennesimo errore.

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