Italicum, riforma a metà. Renzi si consola e il Cav minaccia il voto nel 2105

Chi si accontenta gode e così Matteo Renzi si consola con mezzo Italicum e Silvio Berlusconi esprime “grave disappunto” per il patto del Nazareno mezzo tradito rilanciando il voto nel 2015 e il governissimo.

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Renzi fa buon viso a cattiva sorte, costretto ad accorciare il passo sulla nuova legge elettorale, non tanto e non solo per l’impuntatura di Alfano, quanto per la minaccia dei malpancisti del Pd pronti all’imboscata in Parlamento e mandare tutto a carte quarantotto. Gridano vittoria quelli del Ncd. Ma non ci vuole molto a capire che, con la nuova legge elettorale “monca”, l’impianto delle riforme formalizzato con il patto del Nazareno fra il giovane leader del pidì e il vecchio capo di Forza Italia, entra su un terreno melmoso, per non dire nel classico vicolo cieco.

Insomma, Renzi subisce il primo rallentamento, se non proprio il primo alt, a dimostrazione che fra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. Con questa doppia maggioranza (quella parlamentare con Alfano&C e quella politica con Berlusconi) tenuta assieme da un cerotto, Renzi è costretto a giostrare pericolosamente sul trapezio: il governo del cambiamento diventa sempre più una chimera. Quando e come si passerà dall’enunciazione dei titoli al programma vero e proprio?

Non si può non ricordare che, al momento, di sicuro c’è la maggioranza uguale a quella del governo Letta, mentre ancora poco si è capito sulle reali novità programmatiche e, soprattutto, su dove reperire le risorse che servono. E, a differenza di prima, su questo esecutivo pesa l’ipoteca politica del Cav e l’ombra di “patti segreti” fra i due leader. A prevalere sono gli interessi personali e di partito.

Un esempio? Nella drammatica situazione economica, che fine ha fatto il piano del lavoro? Il Jobs act del governo è solo una serie di titoli, non sono nemmeno quelli principali. Sembra che il problema sia solo del sistema italiano, mentre non c’è traccia di Europa e del resto del mondo.

Dice il segretario confederale della Cgil Danilo Barbi: “ La priorità non può essere rappresentata dalle regole del lavoro, che pure sono importanti, ma piuttosto dalla creazione – concreta e fattiva – del lavoro”. A non convincere la Cgil è l’analisi della crisi e le risposte per il suo superamento. “A leggere il Jobs Act renziano – incalza Barbi - sembra che il problema sia solo del sistema italiano, mentre non c’è traccia del livello europeo e del livello globale della crisi. La nostra convinzione è invece che ci troviamo a dover affrontare tre crisi sovrapposte e intrecciate. Una crisi del modello di sviluppo dei paesi avanzati, dovuta soprattutto alla globalizzazione finanziaria e alla degenerazione nel capitalismo finanziario di un sistema di produzione e di consumo del sistema internazionale. Accanto a questa, c’è una crisi del Vecchio continente, con la grande architettura europea, incompiuta e contraddittoria, che invece di aiutare a risolvere i problemi, li ha addirittura moltiplicati”.

Quindi il terzo livello della crisi, tutto italiano. Chiarisce Barbi: “La crisi italiana è una crisi di lungo periodo che riguarda innanzitutto il modello di specializzazione produttiva, che è troppo polarizzato. Ci sono responsabilità politiche. Da noi è mancata per 30 anni una politica industriale degna di questo nome. Negli altri paesi scelte finalizzate all’innovazione le hanno sempre fatte: le politiche degli Stati, non solamente delle singole imprese. Abbiamo nel nostro paese una grande distorsione nella gestione della ricchezza prodotta. Un asse fiscale generale che premia le rendite e i patrimoni e penalizza la creazione di lavoro dell’impresa produttiva. Tutto ciò costituisce un problema non solo fra capitale e lavoro, ma anche all’interno dello stesso capitale. Perché favorisce il capitale di rendita o il capitale finanziario non come forma della modernità, ma in quanto risultato dell’arretratezza del capitalismo italiano”.

La proposta Cgil a Renzi? Conclude Barbi: “ Oltre la riapertura di un confronto sulle politiche europee bisogna aumentare le tasse sulle rendite finanziarie e l’imposta di successione, che è diventata ridicola, perché favorisce l’affermazione dei patrimoni e delle grandi proprietà immobiliari e finanziarie; subito dopo affrontare, seppure in modo progressivo, un discorso di universalizzazione degli ammortizzatori sociali. Universalizzare progressivamente la cassa integrazione a tutte le forme di impresa, anche piccola, e universalizzare l’indennità di disoccupazione alle forme di lavoro precario, perché oggi abbiamo un problema di sostegno al reddito che si amplia. Quindi, in attesa di una nuova revisione di tutta la tassazione, che dovrebbe riguardare anche gli immobili, proponiamo di investire quanto ricavato da questa patrimoniale finanziaria in un grande piano di creazione di lavoro, realizzando grandi progetti di utilità sociale – per la difesa idrogeologica del paese, per la costruzione di asili nido e per la valorizzazione dei beni culturali, con un occhio anche al rilancio delle politica turistica –, facendo lavorare con salari dignitosi i giovani e le persone che vengono licenziate oltre una certa età”.

Renzi ha altro da fare. E i suggerimenti (gli out out) di Berlusconi sono di ben altro tipo.

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