Fiat, Marchionne abile nel "menare il can per l'aia". Monti sta al gioco. Assenti i partiti

Luciano Lama diceva di diffidare degli incontri-fiume fra imprese e governo senza la presenza del sindacato e dei comunicati finali interpretabili. Il meeting Fiat-Governo di ieri è durato cinque ore e così recita la nota di Palazzo Chigi faticosamente limata al termine del vertice: «Governo e Fiat hanno concordato di impegnarsi per assicurare nelle prossime settimane un lavoro congiunto utile a determinare requisiti e condizioni per il rafforzamento della capacità competitiva dell'azienda. In particolare, un apposito gruppo di lavoro sarà costituito presso il Mise per individuare gli strumenti per rafforzare ulteriormente le strategie di export del settore automotive».

Un mix di sindacalese-politichese con il rischio di lasciare tutto come prima, con prospettive molto incerte sul futuro nel Belpaese dell’azienda automobilistica anche se l’ad Marchionne abbassa le orecchie, usa toni meno roboanti e rassicura: “Restiamo in Italia”. Ma chi crede ancora alle promesse di Marchionne dopo la bolla di sapone svanita del piano Fabbrica Italia, un vero e proprio bluff da 20 miliardi di investimenti promessi e mai dati, bluff sostenuto però anche da Cisl e Uil e da mezzo Pd con in testa Chiamparino, Fassino, Veltroni, Renzi?

Come sempre, quel che conta è la realtà – davvero poco rassicurante – e contano i fatti, tutti da verificare. Il «modello Marchionne» serve a fare valore per gli azionisti, non automobili. L'industria-pilota del dopoguerra rischia la scomparsa nel nostro paese. E, di fatto, Marchionne ha bussato cassa: come dire, un ricatto bell’e buono, pur se con il consueto stile, di un personaggio figlio della globalizzazione, abilissimo nell’usare il bastone e la carota.

Aveva ragione l’Economist quando in tempi non sospetti scriveva: “Chrysler, l’azienda tecnicamente fallita un paio di anni fa, conosce una primavera insperata. Fiat, l’azienda che ha investito e si è indebitata per acquisirla, accumula risultati negativi. Come a dire che il grande affare Chrysler non porta benefici al Lingotto sul fronte italiano ed europeo”.

Già. Con questi chiari di luna, con la Fiat che continua a precipitare nel mercato italiano ed europeo Marchionne insiste sul tasto sbagliato, spiegando al premier Monti che la Punto la fa in Serbia perché i salari sono geometricamente più bassi.

Risponde Carlo De Benedetti: “La sua apparente logica cartesiana è contraddetta dal fatto che a Wolfsburg o a Stoccarda si fanno automobili con un costo del lavoro alto ma con buoni profitti. E ciò avviene per il semplice fatto che lì sono stati fatti investimenti in innovazione e qualità che permettono una produzione di alta qualità collocabile sul mercato a prezzi alti. Se invece non investi in valore aggiunto e innovazione scapperai sempre e non risolverai i problemi del tuo Paese.
Bisogna produrre con costi italiani prodotti di qualità italiana, così come i tedeschi stanno vincendo la loro guerra del lavoro con costi tedeschi e qualità tedesca. Le politiche pubbliche devono certamente contribuire a ridurre il peso del fisco sui salari, ma senza una scommessa, pubblica e privata, sugli investimenti in innovazione e qualità l'Italia, con la sua seconda manifattura d'Europa, è destinata a declinare inesorabilmente”. Come volevasi dimostrare.

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