Renzi nella tagliola del Pd spaccato e nel cappio del Cav

I conti, più o meno tornano, ma non per il Partito Democratico, bensì per Silvio Berlusconi che se la gode mentre il suo “socio” del patto del Nazareno è impantanato nelle sabbie mobili dell’Italicum.

Italian Democratic Party PD National Assembly

Alla sua prima vera “uscita” politica, in Parlamento, Matteo Renzi esce bruciacchiato, se non proprio spennato, e ben altre prove lo aspettano, fino al tappone di montagna, al Senato, con la sfida decisiva per se stesso, il suo governo, la doppia maggioranza, tutti in affanno.

Il nodo, si sa, è quello di sempre, il Pd, con le “minoranze” decise ad approfittare del passaggio del treno delle riforme sul binario malfermo del Parlamento per portare l’ultimo assalto al premier-leader prima di essere spazzati via inesorabilmente dalla mannaia del “rottamatore”.

L’ira di Renzi contro le minoranze: “Volevano la rivincita sulle primarie”. Di fatto il segretario non controlla il partito. I “franchi tiratori” del Pd non sono un incidente di percorso o un dato tecnico e non esprimono solamente la volontà dei singoli parlamentari di salvare cadreghe e strapuntini: il nodo di fondo è politico e riguarda l’identità e la natura del partito (con Renzi sempre più padre-padrone, al pari di Berlusconi in Forza Italia e di Grillo nel M5S) nonché le alleanze, quelle alla luce del sole e quelle (presunte) nascoste.

Pierluigi Bersani avverte Matteo di: “non lasciare l’ultima parola a Berlusconi” perché è sempre più evidente quanto Renzi sia sotto tutela del Cav, come dimostrato ieri in Parlamento, dove sull’impianto base dell’Italicum il governo non va sotto solo per poco più di una manciata di voti, salvato proprio dai deputati di Forza Italia.

In questo quadro, oggi Renzi, gioca la carta pesante dell’avvio della riforma economica: “3 sfide in 7 giorni”, promette il premier. Misure, però, che contengono una sfida implicita ai sindacati, in particolare alla CGIL, e in fondo al vecchio partito, il Pd, al quale il suo stesso leader non fa sconti.

Portare alcune decine di euro (quasi cento) al mese in tasca ai lavoratori dipendenti, non può che far piacere a milioni di italiani da troppo tempo all’asciutto. Ora si tratta di capire bene se questa manovra (ammesso che davvero ci sia copertura economica) è un tassello importante per riavviare il volano dei consumi e della ripresa oppure se è semplicemente una mossa elettorale, un “regalino” in attesa di ricevere dagli elettori, in contropartita, il voto, forse addirittura il prossimo ottobre.

La domanda s'impone: il patto del Nazareno sta cuocendo Matteo Renzi a fuoco lento? Intanto il Cav soffia forte e le prime fiammelle possono provocare l’incendio devastante per il Paese.

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