Ore 12 - Italia dei Valori e Radicali: fratelli coltelli contro il PD

altroAnche se sono solamente due (Idv e Radicali), gli alleati del Pd di Veltroni ricalcano le orme della precedente variegata e agitata coalizione prodiana: protestano e litigano. Si agitano come dentro un sacco di noci per far sentire il loro dissenso contro Veltroni. Apparentati? Meglio definirli già separati in casa.

Di più: presto “divorziati”. Antonio Di Pietro, invece di pensare come far vincere alla coalizione le elezioni, se la prende con il Pd che, in caso di vittoria, porrebbe il veto alla possibilità che l’ex Pm diventi ministro della Giustizia. Chiosa il leader dell’Idv: “Mani pulite brucia ancora a gran parte della classe politica, forse hanno il timore che voglia finire il lavoro”.

Ahi! Ahi! La lingua batte dove il dente duole. Sull’ex pm grava il sospetto (non solo nel Pdl) del “giustizialista”, capace di fare un uso politico dei poteri della magistratura. Vista l’aria che tira è evidente che Tonino pensa solo a se stesso, a prendere voti per il suo partito: sa che allo stato della fiera solo un miracolo può dare la vittoria a Veltroni e che lui nel Pd non entrerà mai.

Per adesso Di Pietro fa con Veltroni quel che ha fatto per due anni con Prodi: il “rompi”. Allora però Prodi era il Premier e Di Pietro ministro mentre oggi Veltroni è il candidato premier e l’ex pm candidato a non si sa cosa. Idem, o peggio, sul fronte del partito di Pannella il cui sciopero della fame e della seta ha lasciato il segno, foriero di nuovi aspri conflitti.

La delusione dei radicali è forte. Per adesso mugugni, rimbrotti, minacce a mezza voce. Dopo il 14 aprile saranno grida, insulti, recriminazioni, accuse. Mentre la nave (del Pd e dei diversi tronconi della sinistra) va più o meno baldanzosamente al termine di una campagna elettorale che, a meno di contraccolpi, consegnerà il paese nelle mani di Berlusconi, non c’è nessuno (tanto meno nel Pd) che accenna a tirare le fila o quanto meno a tentare di riallacciare i fili di uno straccio di dialogo, senza il quale il dopo voto sarà per gli sconfitti politicamente drammatico.

Invece ognuno tira diritto per la sua strada. Come niente fosse. Prendiamo, appunto, il rapporto radicali-piddì. Che succede concretamente? Spara Emma Bonino: “Il Pd ci tiene fuori dalla campagna elettorale. Ad esempio, ho saputo solo quando c’era già stato, di un giro di Veltroni in Piemonte, dove sono candidata, e che viene considerata una regione a rischio. Sembra che il Pd possa, voglia e debba fare a meno di noi"

"E’ un problema politico, non di organizzazione. O si ritengono i radicali inutili, o li si considerano dannosi, oppure non è comprensibile la scelta che il Pd ha fatto. Comunque noi non siamo né parassiti né sfaticati”. Il leader del Partito democratico fa orecchie da mercante. E insiste: “Noi siamo il nuovo. Se governeremo il Paese, mai più un nostro ministro manifesterà contro il (suo) governo”. Di Pietro e la Bonino intanto litigano con il candidato premier. Si fa sempre in tempo a litigare con il premier. Quello vero.

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