Rivelazioni sul caso Moro: Peppe, Peppa e gli scoop sui servizi segreti

Le nuove "rivelazioni" sul caso Moro sono roba vecchia di anni: la riproposizione periodica della battaglia Stato-antistato

In via Fani quel giorno del 1978 c'erano due agenti dei servizi segreti a bordo di una Honda di grossa cilindrata, dovevano coprire l'azione che ha portato al sequestro di Aldo Moro.

E' questa la tesi diffusa ieri da un'intervista dell'Ansa all'ex-ispettore di Polizia Enrico Rossi, al quale sarebbe stato impedito di scoprire e rivelare il mistero attorno a quella misteriosa motocicletta giapponese presente durante il sequestro Moro e la strage brigatista; una "rivelazione" eccezionale, ripresa a stretto giro da tutti gli organi di stampa e che oggi campeggia sulle prime pagine di molti quotidiani.

Rossi riferisce di una lettera anonima che sarebbe stata inviata ad un quotidiano (La Stampa), scritta da un ex-agente dei servizi che, quella mattina del 1978, era proprio a bordo della moto Honda a via Fani a Roma: con lui un collega (che somigliava a "Eduardo de Filippo") alla guida della moto e a volto scoperto. L'autore della lettera, invece, seduto come passeggero, mitra in mano e passamontagna sul volto.

Una versione, quella dei servizi a copertura dell'azione brigatista del 16 marzo 1978, già emersa negli anni passati: dagli anni '80 i camorristi di NCO in carcere, e Raffaele Cutolo in persona, si sono distinti per innumerevoli dichiarazioni in materia; se tuttavia consideriamo l'attendibilità di questi soggetti, si pensi al caso Tortora in cui i maggiori accusatori erano proprio tre cutoliani "pentiti", la tesi comincia a vacillare.

Quello della motocicletta è un "mistero" che in realtà è un mistero rivelato: fu il quotidiano Il Messaggero, il 23 aprile 1998, a rivelare la scoperta del pm romano Antonio Marini, che da vent'anni cercava di dare un nome e volto ai due figuri sulla Honda di via Fani. I nomi dei due sarebbero presenti in un rapporto della Digos recapitato al suo ufficio nell'aprile del '98: si tratta di un uomo e di una donna, Giuseppe Biancucci e Roberta Angelotti (i nomi non trapelarono subito ma il quotidiano romano riportò i nomi di battaglia dei due, chiamati Peppe e Peppa), due autonomi del quartiere Primavalle del Comitato proletario zona Nord (il Comitato era una delle sedi del Collettivo di via del Volsci di cui hanno fatto parte Casimirri, Algranati, Ghignoni, Pera, Di Gioia, e Colongioli prima di entrare nelle Brigate Rosse).

A fare i loro nomi agli inquirenti fu Raimondo Etro, uno dei brigatisti che partecipò all'organizzazione del sequestro, che li appella come "due cretini" che solo marginalmente toccavano l'organizzazione terroristica.

Etro inquadrò i due come possibili esecutori di un attentato l'8 luglio 1977 in cui perse la vita ventunenne Mauro Amato all'uscita del ristorante "Sora Assunta" di Roma: il vero obiettivo era un agente di custodia, Domenico Velluto, indicato dagli autonomi come responsabile della morte di Mario Salvi (er Gufo di Primavalle, ex Lotta Continua e poi Stella Rossa), durante una manifestazione nel 1976. Etro (che si era pentito dopo una latitanza thailandese di circa dieci anni) ricordò come Rita Algranati, brigatista moglie di Alessio Casimirri che a via Fani svolse il ruolo di vedetta, che gli avrebbe detto: "Poi sono passati in moto due cretini" (o "i due cretini", nda).

I due sarebbero Peppe e Peppa, che lavoravano all'epoca presso un garage notturno di Via Stresa (che incrocia via Fani) e conoscevano i brigatisti del commando perchè già incontrati in passato, nel corso della militanza in autonomia operaia.

Secondo alcune ricostruzioni (Massimiliano Griner, Il Secolo d'Italia, marzo 2010) in quegli anni erano molti i fiancheggiatori delle Brigate Rosse, ben più numerosi che non coloro i quali vivevano la clandestinità: fiancheggiatori che, terminati gli anni di piombo, hanno ripreso indisturbati la "vita borghese". Nel caso di via Fani, conclusero i pm romani Ionta e Marini, i due sapevano dell'operazione di sequestro, ma non ne erano coinvolti.

Il caso Moro a posteriori: tra dietrologie e carte processuali

ALDO MORO 30 ANNI DOPO: ANCORA DUBBI, QUANTI IN VIA FANI E CHI SPARO'

Come durante i processi alle Brigate Rosse sul caso Moro, così anche il mondo dell'informazione ha utilizzato il racconto dei singoli testimoni a stralci per dimostrare ciò che faceva comodo: come quando avviene un incidente stradale, quando le versioni dei testimoni non coincidono mai, così anche le deposizioni dei testimoni oculari presenti a via Fani quella mattina sono state stralciate, taciute, riproposte e tagliuzzate, a seconda della tesi che era utile dimostrare.

Le rivelazioni dietrologiche hanno, sempre, un effetto devastante per la verità: la allontanano ulteriormente e, in questo caso specifico, confondono ulteriormente delle acque già torbide e che con ogni probabilità resteranno tali per sempre (a meno che non compaia un secondo "armadio della vergogna" contenente tutta la verità sul rapimento di Moro).

Basta guardare le domenicali reazioni all'intervista dell'Ansa, che pure andava fatta e pubblicata, per rendersi conto di come le mille versioni della stessa storia siano tutte funzionali al rimescolamento delle carte per mero tornaconto politico e personale: il vicepresidente dei deputati PD Gero Grassi ha immediatamente chiesto l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta (casualmente è già promotore di una proposta di legge proprio per istituire tale "nuovo" organismo parlamentare). Gli hanno fatto immediato eco i colleghi democratici Andrea Marcucci (che però non chiede una commissione d'inchiesta sullo scandalo sangue infetto) e Davide Zoggia.

Su altro fronte, quello giudiziario, il procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli ha dichiarato questa mattina all'Ansa che nella giornata di oggi chiederà alla procura romana di trasmettere gli atti al suo ufficio "per le opportune valutazioni".

"Misteri" che si ripropongono continuamente, con una imbarazzante ciclicità, e che distolgono l'attenzione da altro, dalle notizie vere e non strillate, dai lavori d'inchiesta verificati, dalla ricerca della verità: su Aldo Moro la verità è, come su tanti altri misteri italiani, unicamente quella giudiziaria (che non coincide sempre con quella storica) ed è quella che bisogna farsi bastare. La strumentalizzazione continua dello scontro tra complottismo e realtà continua ad allontanare quest'ultima dalla conoscenza: è così, lo abbiamo scritto in occasione del ventennale della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, un caso che gli "scoop" giornalistici scritti solo per dimostrare la tesi di partenza hanno contribuito ad insabbiare.

  • shares
  • Mail
2 commenti Aggiorna
Ordina:

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO