Susanna Camusso sfida Renzi: “E se la Cgil diventa un partito?”

I fendenti contro il sindacato, specie contro la Cgil, più che dal padronato arrivano oggi da Matteo Renzi e dal suo governo anti concertazione. Susanna Camusso, leader della grande confederazione di Corso D’Italia, ad ogni attacco risponde brandendo come clava i 5 milioni e passa di iscritti, incurante del rischio di essere oramai un gigante dai piedi d’argilla.

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C’è un fronte articolato ma sempre più vasto che vede nella Cgil una bandiera logora, un ostacolo al rinnovamento del mondo del lavoro e del Paese. Da una parte l’accusa è quella di difendere solo i lavoratori “garantiti”, formando una vera e propria casta degli … ultimi, a cominciare dal carrozzone del pubblico impiego. Dall’altra, tutti i lavoratori dipendenti, in primis i pensionati, si sentono invece poco tutelati, perdendo sempre più potere d’acquisto e diritti.

La Camusso viene etichettata di essere una “vecchia” comunista, dimenticandosi che comunista non lo è mai stata, ma socialista riformista, così come il predecessore Guglielmo Epifani.

Ora, sotto i colpi di Matteo Renzi, pare ben più pesanti e pericolosi di quelli dati da Silvio Berlusconi (ma anche da Monti), Susanna Camusso si pone la domanda se è giunta l’ora per la Cgil di “trasformarsi in partito”. Una provocazione, forse, anche se la tentazione di passare dalla cinghia di trasmissione (all’epoca del Pci) al pansindacalismo, è forte.

La leader della Cgil si è chiesta ieri al congresso Cgil dell’Emilia Romagna a Riccione: “… a questo punto quale deve essere il modo di operare del sindacato. Nel momento in cui c'è una separazione tra la modalità dell'agire precedente e l'oggi cui ci troviamo di fronte, noi cosa pensiamo di fare? Attendiamo? Oppure pensiamo che siccome c'è un primato, non so quanto forte della rappresentanza politica, ci trasformiamo anche noi in un'organizzazione politica? Oppure ci interroghiamo su come ricostruire la nostra funzione di contrattazione?”.

Secondo Camusso, l'attuale politica crede che «la rappresentanza interferisca nel rapporto diretto col cittadino». «Oggi nel paese e nel dibattito politico il sindacato è considerato un ostacolo da rimuovere per tante ragioni - ha sottolineato concludendo i lavori del congresso a Riccione -. Perché si pensa che, anche per le modalità di organizzazione del lavoro, la rappresentanza sociale interferisca nel rapporto diretto col cittadino». Infatti, secondo il segretario della Cgil, per gli attuali politici «la modalità dello scambio deve passare direttamente dal consenso». «Sotto attacco - ha concluso - non c'è l'esistenza del sindacato» in generale, «ma del sindacato confederale».

Se nel dopoguerra le grandi questioni economiche spettavano ai partiti e il sindacato guardava alla condizioni dei lavoratori, la Cgil assunse peso “politico” successivamente, con il “Piano del lavoro” di Giuseppe Di Vittorio. Da allora, per decenni, il sindacato (di fatto la Cgil) ritirò la delega ai partiti cui non si riconobbe più la titolarità esclusiva sulle scelte politico-economiche generali.

All’epoca di Luciano Lama si diceva che in Italia: “non si muove foglia che Cgil non voglia”. Vero. Adesso, ridotti i partiti in centri di potere e cartelli elettorali, ci pensa Matteo Renzi a ricondurre il sindacato… all’ovile. Un braccio di ferro che vedrà, alla fine, un vincitore e uno sconfitto.

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