Il presidenzialismo di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi: c'è l'accordo?

Nuovo accordo tra Renzi e Berlusconi. Questa volta per aumentare i poteri del primo ministro e andare verso una sorta di presidenzialismo all'italiana.

Il presidenzialismo torna a far parlare di sé in Italia. Vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi, ha annoverato tra i suoi fan anche Gianfranco Fini, ma non si ricordano grandi passioni per la questione nel centrosinistra. Adesso, con l'avvento di Matteo Renzi, la cosa potrebbe cambiare: la riforma che porterà all'abolizione del Senato e alla modifica del Titolo V della Costituzione potrebbe aggiungere anche una sorta di presidenzialismo all'italiana che aumenti i poteri del primo ministro.

Il tutto nascerebbe da una proposta di Forza Italia che a Matteo Renzi, tutto sommato, piace. D'altra parte è stato proprio il premier a dire che "non bisogna avere paura dell'uomo forte", a parlare dell'importanza della velocità e insomma tutte cose che effettivamente si conciliano con il presidenzialismo. E così, l'accordo tra Berlusconi e Renzi si amplia: dopo l'Italicum e - come detto - l'abolizione del Senato, si passa anche alla riforma dei poteri del ministro. Che cosa c'è scritto in questa prima bozza? I punti salienti sono due: uno si ritrova al punto 72 della bozza di riforma, l'altro non è ancora presente ma potrebbe entro breve fare la sua comparsa con un emendamento ad hoc.

"Il governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare che un disegno di legge sia iscritto con priorità all'ordine del giorno e sottoposto alla votazione finale entro 60 giorni".

Che significa? Che i disegni di legge studiati dal governo e dal primo ministro avranno una corsia preferenziale in Parlamento rispetto ai disegni di legge parlamentari. Chiaramente una forzatura di quella divisione dei poteri secondo cui il potere legislativo e quello esecutivo devono essere distinti, d'altra parte una riforma che rendere più efficiente e più veloce il percorso delle leggi (tanto più in un regime di monocameralismo). Anche perché, ormai, con l'abitudine di fare decreti legge un po' su tutto, la divisione dei poteri è più che altro un nome senza contenuto.

Ma c'è di più: il primo ministro avrebbe anche il potere di revocare i suoi ministri. Questo fino a oggi non succede, un ministro può lasciare solo per dimissioni volontarie o per sfiducia individuale (e quindi voto in Parlamento). Se anche quella che dovrebbe essere la seconda proposta di Forza Italia a Renzi (ma che nella bozza ancora non c'è) venisse accolta, significherebbe che il premier non si troverebbe più in regime di "primus inter pares", ma nella ruolo ufficiale di "capo" che può disporre dei suoi sottoposti. Anche in questo caso, comunque, si tratterebbe di modificare una situazione abbastanza ipocrita, dal momento che le dimissioni "spontanee" arrivano spesso e volontieri dopo pressing talmente forti che lasciano ben poche possibilità di scelta.

E comunque, se davvero questi principi di riforma verranno inseriti in quella che dev'essere la "grande riforma" il primo ministro italiano diventerebbe più simile a quelli francesi e britannici - niente di sudamericano, quindi -; anche se per riuscire a portare a termine qualcosa del genere ci sarà da superare le fortissime resistenze che arriveranno dalla sinistra del Pd.

renzi berlusconi

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