Caso Sallusti: perché tutti vogliono cambiare la legge sui reati di opinione


Il caso Sallusti ha portato in primo piano la necessità di cambiare la legge che regola la diffamazione a mezzo stampa e i reati di opinione: ad aprire le danze è stato Vittorio Feltri, che spiegando il motivo per cui il direttore del Giornale rischia l'arresto, se l'è presa con i politici, a partire da Berlusconi, che non hanno mai cambiato la legge. Ma cosa prevedono le leggi sulla diffamazione?

Per cominciare, le cause sui reati di opinione ricadono nella giustizia penale anziché in quella civile, con la conseguenza che tra le pene previste c'è il carcere: si tratta di un retaggio del ventennio fascista e del codice Rocco, ed è proprio su questo aspetto che probabilmente interverrà la politica. Quando viene commessa un diffamazione a mezzo stampa, è prevista la reclusione fino a sei anni: tuttavia se i giornalisti sono ancora a piede libero, il motivo è che la prassi è di infliggere solo una pena pecuniaria e di sfruttare le attenuanti generiche. Però questo è a discrezione del magistrato, e il giudice del caso Sallusti ha deciso, piuttosto irritualmente, per il carcere e non per la multa.

Nel caso di Sallusti, poi, la questione è resa ancora più spinosa dal fatto che il commento incriminato era anonimo (solo due giorni fa si è saputo che lo ha scritto Renato Farina), e il giudice ha scritto nella sentenza che, poiché Sallusti era direttore di Libero, si poteva ipotizzare che l'articolo a firma Dreyfus fosse suo. Perché al giornalista non sono state concesse neppure le attenuanti generiche? Perché quelle valgono per gli incensurati, ma come spesso capita ai giornalisti ci sono altre cause e condanne precedenti che incidono sulla fedina penale. E oltretutto il giudice ha ritenuto che Sallusti sia "pericoloso" e che non vada tenuto a piede libero perché potrebbe commettere altri reati.

Se però la politica non ha mai cambiato la legge sui reati di opinione, nonostante le reiterate richieste, è anche perché la discrezionalità dei giudici ha fatto sì che le condanne come quella di Sallusti si contino sulle dita di una mano. Famoso è il caso di Lino Jannuzzi, che nel 1967 venne condannato a 16 mesi di carcere per le sue inchieste sul golpe del generale De Lorenzo: Jannuzzi non scontò la pena perché eletto al Senato con il Psi. Nel 2002 Jannuzzi rischiò di nuovo il carcere per il cumulo di 3 condanne, ma venne graziato dal presidente Ciampi.

L'unico giornalista a finire in carcere per un reato d'opinione è stato però Giovannino Guareschi, il creatore di Don Camillo e Peppone. Lo scrittore fu condannato prima per diffamazione nei confronti del presidente Luigi Einaudi, e successivamente per la pubblicazione di un presunto carteggio autografo di De Gasperi. Il leader Dc dichiarò che le lettere erano false, e i giudici gli credettero senza neanche sottoporle a perizia. Guareschi venne così condannato a un anno di carcere, a cui si aggiunsero gli otto mesi della prima condanna; non fece ricorso né chiese la grazia perché si riteneva vittima di un'ingiustizia, e scontò 409 giorni di carcere e sei mesi di libertà vigilata.

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