Renzi spinge sulle riforme con l’occhio alle elezioni del 25 maggio

Il passo delle riforme volute da Matteo Renzi aumenta il suo ritmo ma non tutto è oro ciò che luccica e a prevalere – fin qui - sono pressapochismo, superficialità, populismo, come dimostra la riorganizzazione del Senato e delle Province.

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In particolare, sulle Province, l’affermazione del premier incentrata sulle tremila indennità eliminate con la cancellazione dei rappresentanti eletti dal popolo, è colma di demagogia oltre che voler dimostrare che di problema economico e di bilancio trattasi e non di una scelta legata ad un progetto di vera riforma istituzionale, in una nuova visione del rapporto tra territorio ed apparati politico-amministrativi.

Insomma, la gatta frettolosa ha partorito i gattini ciechi e qui, che pur di passo veloce e deciso c’è bisogno, pare che conti più il ritmo della direzione di marcia e della meta finale. L’attuale assetto costituzionale, con i suoi evidenti limiti, è però strutturato in un contesto di forte e sensati equilibri che non consentono la sostituzione di un tassello … “a caso”, pena lo smantellamento dell’intero impianto.

Francesco D’Onofrio mette paletti precisi e sensati: “ Quel che appare dunque talvolta come un vero e proprio “furore demolitorio” dovuto a ragioni demagogico-economiche, dovrebbe infatti assumere le caratteristiche di un necessario nuovo equilibrio costituzionale, nel quale non si tratti di voler inseguire demagogicamente l’orientamento contingente dell’opinione pubblica, ma di costruire un sistema destinato ad operare per il miglior funzionamento del complesso apparato istituzionale italiano. Occorre pertanto che alla alternativa tra vecchio e nuovo si sostituisca una alternativa tra efficiente e non efficiente, tra virtuoso e non virtuoso”.

Conclude D’Onofrio: “ L’imminenza delle elezioni europee non può pertanto costituire il motivo prevalente per indurre le Camere a deliberare su questioni sulle quali si discute da molto tempo e per le quali sono state costituite, nel corso degli ultimi venti anni, almeno tre sedi di adeguata riflessione istituzionale. Se infatti è certamente venuto il tempo di decidere, non si può assumere il cambiamento per una sorta di bene assoluto, a prescindere dai contenuti che esso finisce con l’incarnare”. Idem per il Senato.

Dice Stefano Folli su Radio 24: “Così com'è sembra piuttosto confuso, una sorta di luogo di riposo per ex sindaci ed ex consiglieri regionali, e come tale suscettibile di essere impallinato. Fermo restando che il nostro sistema dovrà essere monocamerale, con il governo che ottiene la fiducia solo a Montecitorio, il Senato non merita di essere maltrattato. Meglio trovargli nuove e più utili funzioni prima che sia troppo tardi”.

Ecco, avanti con le riforme. Ma con giudizio.E senza l'assillo delle urne.

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