Renzi cambia il Senato e chiude le Province. Vere riforme o populismo pro urne?

E le riforme vanno, o meglio, la riforma del Senato incassa il via libera del governo, con il Consiglio dei ministri che approva all’unanimità il ddl costituzionale che cambia faccia e corpo al Senato e sopprime le Province. Giusto passo o troppa fretta?

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Quattro i “paletti” del premier Renzi. Paletti di sostanza politica, non di delimitazione geografica. Prefigurare, come ha fatto Matteo Renzi, un Senato del futuro prossimo che, in quanto Camera delle autonomie, non parteciperà al voto di fiducia agli esecutivi e neanche al voto sulle leggi di bilancio, che sarà un assemblea non eletta direttamente perché già basata su rappresentanze elettive dei grandi Enti locali (Regioni e Comuni) e che non avrà costi imponenti perché nessun membro di quell’Assemblea percepirà ulteriori indennità di funzione per l’esercizio del suo alto servizio significa, appunto, assicurare una vera svolta e, al tempo stesso, dimostrare che c’è la possibilità di operare sensati bilanciamenti nel rapporto sia tra potere esecutivo e legislativo sia tra i soggetti istituzionali che esercitano quest’ultimo.

“C’è spazio, in particolare, - precisa il direttore di Avvenire Marco Tarquinio - perché si fissi un iter garantito con l’intervento (in forme da valutare attentamente) della Camera politica e del Senato ogni qual volta si tratti di legiferare su materie attinenti ai diritti umani fondamentali e ai princìpi cardine della Costituzione repubblicana”.

Tutto bene, dunque? Forse sulla fine del bicameralismo Made in Italy non ci sono problemi. Altri nodi invece si stringono quando si vogliono definire le funzioni e le competenze dei nuovi senatori.

“L'idea di Renzi (solo delegati delle Regioni e dei Comuni, nessun costo per la collettività) – scrive sul Sole 24 Ore Stefano Folli - presenta ancora troppe contraddizioni. Gli altri (chiamiamoli pure i conservatori) vogliono un'assemblea di eletti, il che comporta anche dei costi. Il dissidio non è di poco conto e attraversa, fra l'altro, il Partito Democratico al suo interno”.

Ma non è tutto qui. Perché il vento della retorica degli sprechi e dell’antipolitica soffia forte, specie in vista delle elezioni del 25 maggio, dove c’è la caccia al voto, specie dopo il “terremoto” francese. Che la politica italiana sia infettata, non ci sono dubbi ma va di moda il “più uno”, il populismo più sfrenato, nel dipingere una struttura istituzionale corrotta e dalle tasche bucate. Un esempio riguarda proprio il numero degli eletti in Parlamento, spropositato, si dice, rispetto al numero dei cittadini e agli altri Paesi europei.

E’ così? Non proprio. Scrive sul suo blog Federico Quadrelli: “Se consideriamo il numero assoluto di eletti, l’Italia si colloca al secondo posto (950) dopo la Gran Bretagna (1431), ma se il calcolo viene fatto come rapporto in base agli abitanti, il dato cambia. L’Italia si colloca al 22esimo posto per numero di Parlamentari ogni 100.000 abitanti. Il Paese più virtuoso è la Germania. Dati dal Sole 24 Ore del febbraio 2014”.

Ma c’è un’altra analisi che indica invece quanti cittadini sono rappresentanti da ciascun eletto. In Italia 1 eletto rappresenta 64.000 cittadini, nel Regno Unito il rapporto è 1/46mila e in Francia 1/71mila. La Germania resta la più virtuosa con 1/118mila. Allora?

Spiega Quadrelli: “Il vero problema italiano è un altro (anzi, tanti altri): c’è una sproporzione enorme tra Pil Pro-Capite(PPC) e compenso di ciascun eletto. Il compenso annuale lordo di un deputato/senatore è attorno ai 144.000 euro a fronte di un PPC di 30.000 euro lordi annui”. Già. E non solo.

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