Monti-bis, il "no" di Bersani è "strumentale", come il "sì" di Casini e Fini. Alfano come Don Falcuccio ...

C’è chi, non solo nel Pd, crede che la stroncatura di Pier Luigi Bersani contro il Monti-bis sia uno scivolone su una buccia di banana o, all’opposto, una uscita strumentale, una furbata. Il messaggio di Mario Monti – economico e politico allo stesso tempo - è stato chiaro, prendendo con una fava due piccioni.

Il Prof da una parte si è rivolto direttamente ai principali investitori di titoli di stato (quelli che decidono dove e come investire le grandi risorse dei risparmiatori), rassicurando quindi i mercati sulla continuità delle scelte “rigoriste” di questi ultimi 11 mesi del governo tecnico fino a dire che se la politica dovesse avere difficoltà anche dopo le elezioni del 2013 rischiando di non sviluppare quanto fin qui fatto, allora il Prof potrebbe rimanere al “servizio del Paese”, quale “garanzia” per i mercati. Dall’altra ha lanciato un monito ai partiti dicendo chiaro e tondo loro di mettersi in condizioni di governare il Paese, altrimenti ci pensa lui a restare al timone.

Schematizzando, questa la sostanza che ha smosso le acque della politica, da Bersani a Fini e Casini, passando per Alfano. Che sarebbe accaduto, di fronte a quella platea “economica” se Monti avesse anticipato una sua futura uscita di scena politica tout court? Gli investitori, le banche, i mercati, ma anche le cancellerie e i governi degli altri Paesi europei e degli USA, seguono con preoccupazioni le fibrillazioni della politica italiana dove – da Berlusconi a Grillo ecc. – si può rischiare la destabilizzazione (non solo economica) dell’Italia, con pesanti ricadute a livello internazionale.

Chi compra titoli di stato, specie a lungo termine, non è indifferente se in Italia si arriva a fare un referendum (Grillo) per uscire dall’Euro o si arriva a invocare l’uscita dall’Europa di paesi come la Germania (Berlusconi). Ecco perché, specie all’estero, specie chi investe, vuole sapere a chi “cadrà in mano” l’Italia. Le banche d’investimento, la finanza internazionale, tifa per Monti, non fosse altro perché è stato Monti a volere e a gestire ancora oggi il piano di austerità, ritenuto doloroso ma indispensabile per evitare il disastro.

Altro discorso è il rapporto fra economia e politica, fra le scelte di un governo tecnico e la sua legittimazione democratica. Forse c’è una via di mezzo: una grande coalizione con una leadership accettata da tutti. E qui viene il bello. C’è la via tedesca con la “politica” Merkel al comando di un governo di coalizione. Ci può essere una via italiana con un esecutivo retto da una grande coalizione guidato da un “tecnico”, cioè Monti?

Ecco perché Bersani ha messo le mani avanti e ha gettato un pietrone nello stagno. E altrettanto, all’opposto, hanno fatto Fini e Casini, con Alfano, spiazzato dai silenzi e dalle stecche del Cav, nel ruolo di Don Falcuccio.

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