Qualsiasi cosa per lavorare

Un annuncio all'ospedale di Magenta e riflessioni su jobs act e opportunità, in un mondo veloce e cannibale. «Capitalism isn't working», uno slogan che, nel suo doppio senso, ha un senso

Schermata 2014-04-14 alle 09.47.06

Sono in fila alla cassa per il pagamento del ticket all'Ospedale di Magenta. Su uno dei cartelloni informativi della Regione Lombardia, di quelli che ti invitano a collegarti a internet per leggere gli esiti dei tuoi esami, senza bisogno di andare di persona a ritirare il referto, c'è un annuncio di lavoro, di quelli scritti a mano, con le listarelle tagliate con il numero di cellulare scritto, affinché si possa staccare e conservare.

Se ne vedono di ogni genere, di annunci come quello: di solito riguardano badanti, o donne delle pulizie, o propongono ripetizioni o simili. A volte ce ne sono di fantasiosi e creativi.

A volte, come in questo caso, di struggenti. Il testo non lascia spazio a equivoci:

«Signora seria e affidabile cerca qualsiasi cosa per lavorare»

«Cerca» e «lavorare» sono sottolineati. Per me è come se fossero incisi nel pilastro che ospita l'annuncio.

Ora. Siccome viviamo in un momento storico delicato, è importante pensarci su. Perché uno dei luoghi comuni che si sente spesso dire è che se vuoi trovare lavoro lo trovi. Che chi non ha lavoro non ce l'ha per colpa sua. Che se vuoi puoi. Tutte belle leggende che si impiantano nel cervello come le bugie ripetute cento, mille, un milione di volte. Ci crederete anche voi, prima o poi. Tutte leggende che dimenticano un presupposto fondamentale: le condizioni di partenza, che non sono uguali per tutti.

E' facile immaginare, anche, le obiezioni alla mia reazione a questo annuncio: «Chissà che preparazione ha», «Come fidarsi», «Cosa saprà fare? Forse niente». La lista si può allungare a piacimento attingendo dal contenitore senza fondo dei luoghi comuni.

Fra l'altro, quel mondo del lavoro che ripete a memoria gli slogan tipo «se vuoi puoi» è piano di bugiardi cronici ed endemici. Io ne conosco parecchi, e sono certo anche voi. «Se vuoi, puoi» esiste soltanto in un mondo utopico. Un mondo in cui – guarda un po' – tutti hanno le stesse possibilità e le stesse condizioni di partenza. Non certo un mondo in cui il mercato stritola a suo piacimento l'individuo.

Matteo Renzi è molto felice del suo Jobs Act e della flessibilità che aumenta (le presunte tutele al lavoratore, non si sa bene dove siano: se si pensa che poter prorogare per otto volte un contratto a termine sia una tutela, allora il meccanismo di riscrittura del linguaggio e del pensiero è completo). Ma ci sono un bel po' di questioni da chiarire, in merito.

Matteo Renzi è altrettanto felice degli 80 euro in più in busta paga – e delle coperture raccontate in 10 tweet, così come dell'hashtag #oraics, che campeggia ben bene sulla homepage del Governo, che si trasforma, per un giorno almeno, in una vetrina web da bimbiminkia della politica –, ma si dimentica delle partite Iva e del boom di cassaintegrati.

Si dimentica anche di chi è disposto a tutto pur di lavorare.

Il punto è sempre quello: le opportunità non sono uguali per tutti. Il mondo del lavoro così come lo ha dipinto il capitalismo moderno è divenuto stracolmo di dirigenti strapagati e dalle dubbie competenze, che cadono sempre in piedi. Capitalism isn't working. Il capitalismo non funziona. Il capitalismo non lavora. Era lo slogan delle prime proteste di Occupy Wall Street. Viene spiegato anche da illustri economisti. Lo splendido doppio senso dello slogan racconta tutto quello che non va e che Renzi, evidentemente, non ha capito. Ammesso che gli interessi capirlo.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO