Centro-Centrodestra, programma o leaderhip? Berlusconi e il Contratto con gli italiani del 2001…

La diatriba se viene prima l’uovo o la gallina in politica si ripete con quella (stantia) se viene prima il programma o la leadership. Negli ultimi 20 anni il nodo è stato sciolto, anzi tranciato, da Silvio Berlusconi, la cui leadership ha plasmato tutto, senza risparmiare niente e nessuno.

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Idem, più o meno, quel che sta accadendo nel centrosinistra con Matteo Renzi, il cui programma è un optional, ad uso e consumo della leadership.

I classici della old politica, o a dirla in altro modo, i cosiddetti “criteri” imponevano un prima (programma) e un dopo (leadership) anche se, specie nel centrodestra, non sono mancate e non mancano contraddizioni al limite del paradossale.

Ad esempio, per non andare troppo indietro, Orsina ha ragione a dire che partire dai programmi è un modo astratto di affrontare la crisi del centrodestra, che il problema è quello di riflettere sulle leadership. Ma anche qui bisogna stare attenti, però, alle astrattezze: il rischio di inseguire mosche cocchiere come si è fatto in questi anni con Segni, Fini e oggi (forse) anche con Alfano è fortissimo.

Meglio quindi ripartire dal programma? Ma quale? Ci prova il saggista ed editorialista Lodovico Festa: 1) l’unica via per risanare l’Italia è presidenzialista o semi presidenzialista, 2) dopo la crisi di sindaci e regioni non si può tornare al centralismo (personalmente pur con riluttanza sto cedendo all’idea delle macroregioni), 3) si deve trovare un modo per evitare la presenza nel nostro Stato e nella nostra società di una magistratura politicamente “combattente” (anche in questo caso c’è una condizione pregiudiziale: la separazione delle carriere), 4) va rilanciata la sussidiarietà e la valorizzazione dei corpi intermedi, 5) Non si deve lasciare l’Europa, che però deve avere una governance rispettosa della sovranità di “tutti” i suoi Stati membri (parlare oggi di federalismo è una presa in giro, forse si possono tentare al massimo soluzioni confederali) e se non si deve pensare di uscire senza mediazioni dall’euro, si deve invece poterne affrontare modifiche ragionevoli (per esempio non è una bestemmia ragionare su una moneta “baltica” e a una “mediterranea”) che vanno certamente negoziate ma senza subalternità né a Berlino né alle tecnocrazie”.

Può essere questa la base programmatica su cui ricostruire un rinnovato Centrodestra (con o senza il trattino?). Tutto è possibile, ma finchè in campo resta Berlusconi i moderati rimangono sparpagliati, senza un programma comune, ben lontani nel riconoscersi in una nuova credibile leadership. Perché non giocare, come il Pd, la carta delle primarie?

Risponde Festa: “Io sono per le primarie ma se non si definisce un “campo di centrodestra” che le regoli, i rom e gli extracomunitari che hanno votato alle primarie del Pd saranno rose e fiori rispetto a quello che può avvenire in un centrodestra “selvaggio”. Le primarie andrebbero studiate, poi, insieme a un sistema di finanziamento dei partiti che fosse definito non in un modo subalterno al gianantoniostellismo cioè all’idea che l’unico criterio di valutazione della qualità della democrazia sia il suo costo. Altrimenti ha ragione Maurizio Belpietro che oltre al Senato propone provocatoriamente di abolire anche la Camera dei deputati”.

A qualcuno, nel nuovo cartello elettorale (o politico?) di Alfano-Cesa&Casini-Mauro, fischiano le orecchie? Chi ricorda l’8 maggio 2001 quando cinque giorni prima delle elezioni politiche a Porta a Porta Silvio Berlusconi presentò il suo programma, il famoso Contratto (bluff) con gli italiani?

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