Primarie PD, caos annunciato. La pezza (di Bersani) peggio della toppa. Il "trucco" c'è e si vede

Non è certo la prima volta che chi scrive queste note su Polisblog apprezza il valore delle primarie ma ne contesta la versione Made in Italy del Partito democratico. Il motivo è semplice, il Pd vuole scopiazzare il modello americano, ma l’Italia non è l’America e soprattutto i partiti italiani (pidì in testa) non hanno niente a che fare con quelli d’oltreoceano.

Per questi motivi le esperienze fatte fin qui dal Pd, specie quelle a livello locale, sono state contraddittore, per non dire fallimentari, mettendo in luce tutti i limiti di un partito che scivola sempre sulla buccia di banana delle primarie, sembra sempre sul limite di implodere, invischiato in beghe, lacci e lacciuoli interni. In questo quadro, i vertici nazionali hanno sottovalutato i rischi di primarie lasciate alla “buona volontà” dei militanti e alla correttezza dei singoli partecipanti e adesso, con la rumorosa discesa in campo di Matteo Renzi, la paura fa quaranta, con Bersani che – alla vigilia della competizione – con la bava alla bocca, annuncia nuove regole mettendoci una pezza che è peggiore della toppa.

Come si sa, a rigore di statuto, Renzi sarebbe fuori. Ma basta aggirare questa strozzatura statutaria (però votata da un organismo nazionale eletto dal congresso) come “concessione” al rottamatore per poi imbrigliarlo con un nuovo regolamento fatto apposta per far vincere Bersani e incastrare Renzi?

Bersani ha ragione quando invoca regole d’ingaggio (albo degli elettori, doppio turno, divieto di votare al secondo turno se non hai partecipato al primo, ritiro della tessera elettorale)) per evitare che le primarie si trasformino in un boomerang per il Pd. Ma così facendo si fanno primarie “truccate” e fa bene Renzi a protestare contro i caveat degli oligarchi del partito.

Stavolta concordiamo con quanto scrive oggi Il Foglio: “Una competizione cucita sulle misure del vincitore predestinato da un accordo di nomenclatura”. Così, le primarie intese come toccasana per il Pd e per il centrosinistra, diventano una nuova versione del “porcellum”, una presa in giro per tutti, non solo per chi farà la fila ai gazebo.

Nel Pdl comanda uno solo, il Cav, che premia le “zucche”, le escort e i furbetti-furboni sparsi ovunque nelle Istituzioni per farsi gli affari propri. Nel Pd è un Politburo ingrigito e scassato a provare a resistere con il criterio dei dirigenti cooptati. Ancora una volta vengono al pettine i nodi irrisolti del Partito democratico, iceberg di partiti malati nel profondo della radice.

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