Matteo Renzi, dopo i diktat, la mediazione?

Forse il premier Matteo Renzi si fa forte del fatto che c’è chi pensa che questo governo è l’ultima carta per l’Italia, pena il ko totale. Da questa considerazione deriva l’indole dell’inquilino di Palazzo Chigi a “tirare la corda” sulle riforme e a tirare diritto per la propria strada senza curarsi delle pietre (e anche delle mine) presenti lungo il tortuoso percorso.

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Da qui ai messaggi pesanti verso alleati o avversari – veri e propri diktat – il passo è breve, tant’è che il decisionista Matteo si fa prendere la mano ammonendo in tv che “O si fa così (in primis sulla riforma del Senato Ndr) o cercatene un altro (di premier Ndr)”.

Potremmo chiuderla qui: hai voluto la bicicletta, pedala! Oppure, rivolgendoci al Pd (e non solo): l’avete voluto come segretario e premier, tenetevelo! Di che pasta è fatto il “Rottamatore” già si sapeva, non solo come comunicatore o imbonitore e per la capacità di prendersi in mano prima il partito e poi il governo defenestrando in un batter d’occhi prima l’artigiano della ditta Bersani poi il pluri Dott. Letta, ma anche nella formazione dell’esecutivo “A misura di premier”. Per non parlare del Patto del Nazareno con il “diavolo” Berlusconi.

Ora, come scriveva all’inizio di questa nuova avventura il direttore di Repubblica Ezio Mauro: “L’acrobata è sul filo, da solo e senza rete”. A dire il vero, da solo non è, avendo in Parlamento una maggioranza, pur non a prova di bomba, specie per le solite divisioni interne al Pd con ciò che può derivarne, soprattutto al Senato.

Ma, costretto ad alzare i toni e pensando sempre di guidare un consiglio comunale e non una nazione, Matteo esalta la propria vocazione da caporale di giornata, volendo mettere tutti sull’attenti. E’ evidente che al premier tocca fare il premier, assumendosi responsabilità in prima persona, anche passando sopra ai malpancisti di turno, vecchi e nuovi. Ma, come ricorda qualcuno, il Parlamento non è una scacchiera e le istituzioni non sono pedine futili da muovere a proprio piacimento.

Il Paese ha bisogno di vere riforme (per lo più condivise) e di stabilità e non si può minacciare su due piedi di fare le valigie se qualcuno non dice forte e chiaro “Signorsì” alla prima chiamata.

“La questione non è metterne un altro, come gli abbiamo sentito dire – sottolinea il vice segretario dell’Udc Antonio De Poli - ma aprirsi alla mediazione politica, prerogativa necessaria se si ha la presunzione di voler rappresentare un intero Paese e non una singola città”.

In altre parole, se il presidente del Consiglio ha fatto bene a dare una precisa scadenza per il voto in prima lettura della riforma del Senato farebbe altrettanto bene a guardarsi intorno e considerare attentamente anche le proposte delle forze politiche che sostengono il governo. A cominciare da quel pezzo del Pd che con una mano apre al premier e con l’altra mostra i pugni.

Per tutti gli insoddisfatti, in segno di cartellino giallo, parla il segretario Udc Lorenzo Cesa: “ Se Renzi crede di poter lavorare a senso unico faccia pure, ma gli assicuro che seguendo questa line prima o poi arriverà l'isolamento".

Tanto tuonò che piovve?

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