Festival di Internazionale, Ferrara 2012. Dall'emergenza democratica a Twitter, di fronte alla cittadinanza attiva. Quella che durante l'anno ti chiedi dove sia

Ferrara: Festival di Internazionale 2012

Inutile negarlo: sono al Festival di Ferrara anche e soprattutto per ascoltare David Graber e per osservare la sua modalità di interazione con il pubblico. In conferenza stampa si è detto che Graber non vuole tenere una lezione o una conferenza, ma vuole rispondere a domande. E visto che il suo lavoro sul debito (Debito - I primi 5000 anni, pubblicato in Italia da Il Saggiatore) resta uno dei testi più lucidi che siano stati scritti in questi mesi, anni di crisi – qualunque cosa significhi questo termine –, visto che Graber è diventato, suo malgrado, una specie di ideologo di Occupy Wall Street(*), questa curiosità è, me lo concederete, molto ben riposta.

Ma non c'è solo Graber. Anzi. Andiamo dunque con ordine: girovagare fra le vie di Ferrara e curiosare nei luoghi del Festival è un toccasana per il fisico e per la mente. E lascia anche qualche speranza per il presente e il futuro, ti fa dire: «Chissà, non si sa mai». Sì, perché diciamocelo: vedere fuori dal Cinema Apollo una coda importante, in attesa di sentir parlare donne protagoniste della Primavera araba, fare almeno venti minuti buoni di fila per entrare al Teatro dove si spiega attraverso le parole di testimoni diretto la crisi siriana, be', non può non scaldare il cuore.

Poi ti dici che, sì, è sempre quella minoranza silenziosa e attenta, che ascolta, che cerca di capire, che non si lascia andare alla facile indignazione di pancia – non più di quanto la natura umana richieda, perlomeno – e che prende appunti, magari che cita sui social network quel che sente, o – meglio ancora – ci riflette, ne disserta con conoscenti e amici o perfetti sconosciuti. Ma è una minoranza che in questi giorni vuoi goderti senza troppe storie.

Anna Politkovskaja
E così che, lasciandosi guidare dall'istinto, dopo l'introduzione ai lavori – troppo lunga e noiosa come tutte le introduzioni – e dopo la consegna del premio dedicato alla memoria di Anna Politkovskaja, assegnato a Carlos Dada, direttore di El Faro, si scopre la bella sorpresa dell'incontro moderato da Corrado Formigli a proposito del nostro paesello.

Michael Braun, Rachel Donadio, Eric Jozsef e John Foot dissertano brillantemente a proposito delle elezioni politiche 2013, di Monti e Grillo, e Berlusconi e Renzi, del Pd e del Pdl, ma tutt secondo il punto di vista di quattro corrispondenti di testate giornalistiche straniere. Mi ritrovo ad annuire un po' troppe volte ascoltando – e trascrivendo – tutto quel che viene detto (quasi tutto, insomma) e riflettendo sul futuro e sul ruolo delle istituzioni europee rispetto al nostro Paese e rispetto alle singole sovranità nazionali, ma anche sulla destra impresentabile, sulla destra tecnica, sul vuoto enorme lasciato dal Pd, questo simulacro di partito di sinistra che non sa affatto dove andare a parare.

Con la stessa curiosità e sorpresa ascolto con interesse la descrizione di prima mano della questione siriana, e anche qui mi trovo ad annuire quando Salam Kawakibi, che tenta di spiegare la complessità della situazione siriana, spiega che i ribelli jihadisti saranno un migliaio su un esercito di 100mila persone che lottano contro il regime di Assad, ma che nonostante questo i media occidentali vogliono le immagini dei "barbuti col mitra". Vogliono raccontare la jihad. Vogliono il sangue e le storie che fanno vendere. E non spiegano la complessità delle cose, perché la complessità non è «sexy».

Ma non è che io mi sia trasformato in uno yesman. Per esempio, non annuisco quasi mai quando ascolto il dibattito su Twitter, moderato da Luca Sofri, dal titolo Me l’ha detto l’uccellino. Mi sento terribilmente retrò e conservatore (quasi come David Randall, mi si perdoni il paragone), ma questo entusiasmo di una certa nicchia del web italico per Twitter, be', lo trovo semplicemente anacronistico e fuori luogo. C'è un limite al commento in diretta. E se uno segue il dibattito fra Romney e Obama su Twitter, ha ascoltato il dibattito o ha letto i Tweet?

In giornata arriva anche il post di Lee Marshall, in merito. Marshall partecipava all'incontro e scrive, fra l'altro:

«Forse, a dire il vero, il mio problema con Twitter è un problema con il concetto di push media in generale. Cioè che se solo scegli i followers giusti, i twitterfeeds giusti, le configurazioni giuste, ti possono cascare in grembo esattamente le notizie che ti servono. A me è sempre piaciuto andare a cercare le notizie. Poi, una volta trovate, non le voglio necessariamente condividere subito con tutti i colleghi. Sennò che giornalismo è? Che gusto c’è? Dunque, il mio voto a Twitter come strumento giornalistico è sempre di 2 su 10. Però se continuo ad accumulare followers come ho fatto in questi giorni di improvvisa twitteraggine dopo mesi di letargo, forse cambierò idea. Sono solo un uomo dopottutto, non resisto ad un pissing contest degno del nome».

Qualcuno potrà obiettare che fonti giuste devi cercartele anche sui media tradizionali – per quanto abbia senso ancora usare il termine tradizionali –: verissimo. Motivo per cui, avendo Twitter gli stessi problemi dei media tradizionali, non si comprende l'entusiasmo anacronistico per uno strumento che non fa nient'altro che rendere più istantaneo il racconto, trasformare tutto in un live in cui si mescola un calderone di notizie, reazioni alle notizie, reazioni alle reazioni alle notizie e via dicendo: un bel rumore di fondo, un rimescolamento di informazioni, spesso ridondanti, cui è difficile tributare solamente aggettivi qualificativi positivi.

Poi vorrei fiondarmi su mille altri incontri, e così ne "assaggio" qualche spizzico qua e là, dalla Rivoluzione silenziosa delle donne ai nuovi modelli economici possibili per uscire dalla crisi, a Don Ciotti che racconta l'esperienza di Libera, ma poi ho bisogno di rintanarmi, rileggere gli appunti, scriverne. Troppe informazioni generano un caos ridondante: quel che ho perso, lo recupererò con calma, online. Perché il bello del Festival di Internazionale è anche che ti fa conoscere realtà che non conoscevi e che poi andrai ad approfondire, con calma, senza l'ossessione del qui e ora, in tempo reale.

E mentre scrivo, penso che è proprio la partecipazione – quella stessa che, spero, vorrà Graber – a farmi piacere, di questa prima giornata di Ferrara. Non conosco i numeri, e non voglio fare come i feticisti dello share. Mi è bastato vedere quelle code e pensare che la cittadinanza attiva, be', sarebbe bello vederla sempre e non trovarti a chiederti, troppo spesso, dove sia, questa cittadinanza attiva, quando si tratta di incidere veramente sul cambiamento.

Forse vederla in fila, ad annuire, a prendere appunti ti illude e basta. Chissà.

Alberto Puliafito
@albertopi
direttore responsabile di Blogo.it

(*) Precisare che nei movimenti come OWS la partecipazione è incoraggiata da pratiche ben precise, a volte faticose, e che non ci sono (o non dovrebbero esserci) leader è doveroso, ma richiederebbe anche una parentesi troppo lunga.

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