Israele "Stato del popolo ebraico". Netanyahu presenterà una legge in Parlamento

Israeli Weekly Cabinet Meeting
Il premier, Benjamin Netanyahu, è sempre più determinato a presentare alla Knesset (il parlamento) una norma che proclami Israele "Stato del popolo ebraico". La legge sarà stilata attraverso la cooperazione dei partiti che partecipano al governo di coalizione, tra questi anche la formazione nazionalista Focolare Ebraico.

A chi gli ha gli ha chiesto delucidazioni sul provvedimento, il capo dell'esecutivo israeliano ha risposto ieri da Tel Aviv in maniera chiara: "Il nostro Stato garantisce diritti pieni ed eguali per tutti i cittadini, ma è lo Stato-Nazione di un solo popolo: il popolo ebraico" (Via Ansa).

Secondo Netanyahu, l'elaborazione della norma è diventata obbligata dopo che lo stato di Israele è stato fatto oggetto di attacchi interni e internazionali, da parte di chi vuole minare alle fondamenta la giustificazione storica, morale e legale della sua esistenza. Tale tentativo sarebbe il corollario di un volontà politica diffusa, da respingere con fermezza: quella di far nascere in maniera graduale uno stato binazionale (arabo-ebraico).

Di tutt'altro avviso sono la minoranza araba e i palestinesi che vivono nei territori occupati. La decisione del governo di Tal Aviv avrebbe un chiaro indirizzo discriminatorio nei loro confronti e sarebbe l'ennesimo escamotage per far saltare il tavolo del negoziato con la Anp. Inoltre la norma, che trasformerebbe Israele in "stato ebraico" avrebbe un altro effetto inammissibile per i palestinesi: impedire ai profughi del '48 e ai loro discendenti di tornare nei territori di origine (diritto statuito da una risoluzione Onu nel 1940).

Segnaliamo che non c'è stata solo la condanna delle varie formazioni arabe, ma sono state sollevate anche molte perplessità dagli israeliani ebrei. La presa di distanza più rilevante è stata quella di Tzipi Livni. Secondo il ministro della giustizia del governo Netanyahu, la norma rischia di mettere in pericolo i diritti democratici ad Israele e potrebbe diventare un serio ostacolo al negoziato con il presidente palestinese Abu Mazen.

Tuttavia, siamo costretti ad aggiungere che il processo di pace appare già molto compromesso. La mancata liberazione di 30 detenuti palestinesi e la costante costruzione di nuovi insediamenti colonici, da parte israeliana, e la possibile nascita di un governo di unità nazionale Fatah-Hamas in Palestina, non fanno presagire nulla di buono. La scadenza del negoziato è stata fissata per la fine di luglio e la Casa Bianca, per ora, non è riuscita ad ottenere grandi risultati di mediazione diplomatica.

In questo momento, il segretario di Stato americano, John Kerry, non appare nelle condizioni di poter forzare la mano più di tanto con Tel Aviv, già costretta ad accettare, suo malgrado, l’accordo sul nucleare tra Iran e 5+1. D'altro canto Abu Mazen ha davanti a sé un compito molto arduo se non vuol far saltare la trattativa: imporre ad Hamas il riconoscimento dello Stato di Israele.

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