Pd, Bersani "tira il fiato". Anche Renzi. Ma dopo la "commedia" sulle regole delle primarie ...


Non è la prima volta che Pier Luigi Bersani si fa prendere la mano con annunci roboanti che poi i fatti smentiscono. Da ministro, le famose “lenzuolate” riferite a riforme che avrebbero trasformato alla radice l’Italia diventarono fazzolettini sottomarca scottex usa e getta che non hanno inciso di una virgola sulle gravissime condizioni dei cittadini nella morsa della crisi. Da segretario, dopo l’Assemblea nazionale di ieri all’Ergife di Roma, si è superato definendo la convention dei quasi 1000 che ha dato il via libera alla candidatura di Renzi per le primarie “Capolavoro di democrazia”.

Ora, va riconosciuto al leader del Pd di avere evitato lo strappo: ha chiesto e ottenuto il ritiro degli emendamenti "sgraditi" al sindaco di Firenze. C’era qualche dubbio? I 948 delegati presenti non sono stati eletti nel congresso con il bilancino delle correnti esprimendo di fatto l’attuale maggioranza che si riconosce in Bersani e nei bersaniani a tutti i livelli? Quindi i delegati hanno alzato la delega seguendo diligentemente la mano alzata del segretario.

Ben sapeva Renzi che non era l’Assemblea il terreno di scontro a lui favorevole, tant’è che si è ben guardato dal parteciparvi, lasciando a una manciata di suoi aficionados il compito di marcare il territorio con testimonianze di poco peso e valore.

Fatte le debite proporzioni, quello di ieri fra Bersani e Renzi pare il patto del 1939 fra Ribbentrop e Molotov (cioè fra Hitler e Stalin) che ha solo rinviato di poco le ostilità con l’invasione pochi mesi dopo della Russia da parte dei tedeschi, la famosa operazione Barbarossa.

Tornando al nostro piccolo, la domanda è una sola: quanto regge questo armistizio fra due … “furbetti” che hanno capito che oggi lo scontro interno avrebbe spaccato in due il partito, portandolo alla dissoluzione? Nel merito, l’Assemblea non ha assolutamente risolto un nodo importante, chi può votare alle primarie al secondo turno.
Se il secondo turno non è a partecipazione libera – e non lo è - le primarie sono falsate, come ha ben spiegato Vendola.

Bersani ha battuto sulle regole retoricamente scandendo la parola più volte: re-go-le, re-go-le. Giustamente, se però non fossimo a una vera e propria commedia delle regole. Vogliamo ricordare il bluff del tetto delle tre candidature? Un esempio più fresco? La Bindi, presidente del Pd, ha detto che se un elettore si presenta al seggio con un certificato medico che dimostri che al primo turno era malato o con una qualche prova che attesti che in tale occasione si trovava all’estero, sarà riammesso. Appunto. Ancora una volta fra regole e democrazia c’è un abisso.

Ed è anche per questo che lo scontro è solo rinviato perché le regole delle primarie vanno ridiscusse al tavolo della coalizione di centrosinistra. E lì, il tavolo della coalizione non potrà limitarsi alle regole, dovrà sciogliere i nodi politici, con differenze che non sarà facile colmare. Quale Pd va a quel tavolo?

Bersani, con limiti e contraddizioni, pare voler assumere gli stessi connotati dei grandi partiti socialdemocratici europei. Mentre Renzi intende non solo “rottamare” i vecchi dirigenti ma dare al Pd una identità e una collocazione di stampo neoliberista, chiudendo definitivamente con la matrice e le alleanze di sinistra. A quel punto la commedia sulle regole delle primarie può tramutarsi in una tragedia politica.

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