Renzi, sinistra e Cgil addio! Il premier punta tutto sul voto dei moderati

Il decisionismo del premier per procedere sulle riforme si scontra con la poca convinzione degli alleati di governo, con le forti divisioni interne del Pd e anche con il muso duro dei sindacati e la guerra dichiarata della Cgil.

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L’altro giorno, proprio sulla prima vera riforma, quella del Senato, è stata Forza Italia a salvare Renzi in extremis, una scena che si ripeterà, a dimostrazione dell’attualità del patto del Nazareno: senza Berlusconi il governo non regge.

Guarda caso, in perfetta sintonia, l’ex premier ha aperto alla possibilità di un rientro del suo partito nella maggioranza di governo, lanciando al contempo anche l’ipotesi dell’investitura della figlia Marina per la sua successione, una scelta dinastica con l’obiettivo di riunire il centrodestra in un unico nuovo partito. A questo siamo. Si gioca appesi a un filo di lana, sulla pelle del Paese.

Berlusconi sbraita ma non è pronto per le elezioni anticipate e non è detto che, a questo punto, non sia Renzi a spingere – al di là delle dichiarazioni - per andare alle urne in autunno, al massimo la prossima primavera. Il 25 maggio conta, ma può sbaraccare il quadro politico solo con un risultato straordinario del M5S (tutt’altro che escluso!), un forte successo del Pd, il ko di Forza Italia, l’astensionismo alle stelle.

Tutti, Renzi per primo, sono alla ricerca del voto moderato, cioè dei milioni di elettori delusi da Berlusconi (quanti ne recupererà l’ex Cav nel rush finale?) intenzionati solo marginalmente a seguire il nuovo cartello elettorale centrista di Alfano- Cesa e Casini- Mario Mauro e decisi i massa a disertare le urne.

A sinistra, Renzi è passato dalla polemica duro allo scontro senza ritorno. Il premier non teme di essere considerato quale “avversario” dalla Cgil con i suoi 6 milioni di iscritti, decisa a reagire a muso duro (Camusso: “Col governo Renzi la democrazia è distorta”!) senza farsi spaventare, soprattutto recuperando la piena autonomia dalla politica (dal governo in primis) e dai partiti.

Scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “La strategia elettorale di Renzi punta sempre e comunque al voto moderato, diciamo pure al voto di chi ha sostenuto negli anni il centrodestra, non certo ai tradizionali ma circoscritti consensi che il Pd ha raccolto fin qui senza fatica. Di conseguenza tutto quello che accredita il "renzismo" come una novità politica che rompe il vecchio schema corporativo in cui il sindacato galleggia, è utile alla sua causa. Nell'opinione pubblica c'è oggi una larga maggioranza che giudica gli argomenti della CGIL fuori tempo, non più in linea con gli interessi di un paese che ha bisogno di innovazione. Del resto, Renzi oggi non ha una vera opposizione nel centrodestra, come si vede al Senato, dove i berlusconiani gli danno una mano. Il suo problema è e resta Beppe Grillo, ma questa per il premier è anche un'opportunità”.

Già. Dal 25 maggio il primo segnale. Renzi rischia forte. Anche il Pd. Soprattutto rischia il Paese.

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