Imu-Chiesa: il Consiglio di Stato boccia il decreto

Si era capito che sarebbe finita così. E si era capito già da un mese, quando era saltato fuori che il Governo si era 'dimenticato' di procedere con il decreto per fare pagare l'Imu alla Chiesa. Adesso la questione arriva alla degna conclusione: il Consiglio di Stato boccia il decreto del Tesoro per l'applicazione dell’Imu sugli enti non commerciali, e quindi anche sulla Chiesa. Il decreto, secondo Palazzo Spada, in molte parti esula dalle competenze che erano state affidate dalla legge.

Cosa significa? Significa che il ministero dell'Economia, con il decreto che avrebbe dovuto fare pagare l'Imu anche alla Chiesa, è andato oltre i poteri che la legge gli aveva conferito. Tutto finito, quindi? Non è detto: il Tesoro può rispondere alle obiezioni del Consiglio di Stato entro fine anno, dal momento che la legge prevede il via dal primo gennaio 2013. Ma cosa dice esattamente il Consiglio di Stato per motivare la sua bocciatura?

«Trattandosi di un decreto ministeriale il potere regolamentare deve essere espressamente conferito dalla legge e, di conseguenza, il contenuto del regolamento deve essere limitato a quanto demandato. Deve invece essere rilevato che parte dello schema in esame è diretta a definire i requisiti, generali e di settore, per qualificare le diverse attività come svolte con modalità non commerciali. Tale aspetto esula dalla definizione degli elementi rilevanti ai fini dell’individuazione del rapporto proporzionale in caso di utilizzazione dell’immobile mista `c.d. indistinta´ e mira a delimitare, o comunque a dare una interpretazione, in ordine al carattere non commerciale di determinate attività. L’amministrazione ha compiuto alcune scelte applicative, che non solo esulano dall’oggetto del potere regolamentare attribuito, ma che sono state effettuate in assenza di criteri o altre indicazione normative atte a specificare la natura non commerciale di una attività».

Il Sole 24 Ore ha già individuato le strade che adesso il Governo potrebbe seguire.

Sono due le possibili strade per attribuire rango di legge alle disposizioni contenute nel testo "cassato" da Palazzo Spada: prevedere una norma ad hoc che, modificando l'articolo 91-bis, comma 3, del Dl 1/2012, consenta all'Economia di disciplinare l'intera materia (e non solo le «modalità e i termini») con un suo decreto ministeriale; trasportare l'intero regolamento in un testo legislativo e dargli forza di fonte primaria. Seguendo la prima strada, il Governo darebbe all'Esecutivo più libertà d'azione perché basterebbe un atto di via XX Settembre a disciplinare applicazione ed eventuali esenzioni graduate sul tipo di non commerciabilità dell'attività svolta. (...) La prima strada darebbe all'Esecutivo più libertà d'azione perché basterebbe un atto di via XX Settembre a disciplinare applicazione ed eventuali esenzioni graduate sul tipo di non commerciabilità dell'attività svolta. (...) In alternativa il Governo potrebbe trasformare quel regolamento in una legge evitando di demandare a un provvedimento attuativo la definizione del meccanismo di prelievo. Ma gli spazi per possibili manovre future verrebbero drasticamente ridotti.

Resta da vedere se il Governo avrà la forza di insistere su una strada che si dimostra sempre più difficile, complessa e piena di imprevisti. Ma il gettito - previsto dall'Anci - di 600 milioni di euro potrebbe essere uno stimolo sufficiente.

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