Europee, in Italia tutti “euroscettici” per acchiappar voti?

A meno di dieci giorno dal voto del 25 maggio non c’è in Italia nessun partito che si erge a paladino dell’Europa, dell’Unione Europea e dell’Euro così come sono oggi. Di fatto, tutti stanno sotto lo stesso ombrello, divisi fra euroscettici ed eurocontrari, con l’unico obiettivo di saggiare l’umore degli elettori, per carpirne il voto.

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Il risultato è quello di aumentare la confusione, allontanare i cittadini dalle urne, rafforzare le forza marcatamente populiste, nazionaliste, antieuropeiste. In Italia, i due principali partiti (Pd e FI) che aderiscono alle due famiglie politiche europee più forti, il Pse e il Ppe, lanciano segnali quanto meno contraddittori. Anche il partito del premier è altalenante, tant’è che va alle elezioni con o slogan: “Mai più lezioni da Bruxelles”. E Renzi, dopo l’ennesima strage dei profughi: “L’Europa salva le banche e lascia morire i bambini”.

Certo, altra cosa sono Le Pen in Francia, Geert Wilders in Olanda, o Nigel Farage in Inghilterra. Ma da noi resta tutto sempre legato all’interpretazione, persino la Lega, che vuole uscire sì dall’euro, non è contraria all’Europa unita. Alla fine, l’unica posizione netta è quella di Beppe Grillo, tant’è che il M5S è pronto a raccogliere un forte successo elettorale, dalle ricadute pesanti sul quadro politico nazionale.

Quanto meno, sulla Ue, a dominare è lo scetticismo, questo perché – al di là dei giochini elettorali di parte – troppi sono stati e sono i limiti di Bruxelles, specie sul piano politico: serve un potere politico continentale reale, c’è bisogno di maggiore integrazione in alcuni settori, mentre in altri c’è l’esigenza di riportarli sotto la competenza dei governi nazionali.

Dice l’ex commissario Ue Mario Frattini: “ Dove serve più Europa è nella politica estera e di difesa, nella politica energetica e nella politica bancaria, finanziaria e monetaria. Invece occor­re meno Europa in tutti quei settori che riguar­dano la storia, le tradizioni, gli usi e le consuetu­dini dei singoli Stati sui quali, invece, sono state spesso dettate norme minuziose e capziose. Pos­siamo ancora pensare che Bruxelles si debba oc­cupare della definizione della mozzarella di bu­fala italiana o delle aringhe affumicate finlande­si? Non sarebbe molto meglio che l’Ue si occu­passe di avere un atteggiamento comune su que­stioni gravissime, come quella dell’Ucraina, o co­me la difesa della libertà religiosa, di cui non si sta più occupando?”.

E sulla crisi economica che può fare l’Ue? “ Sul lavoro e sulla sicurezza sociale – prosegue Frattini - occorrono forme di consultazione e di collaborazione che arrivino a definire alcuni punti in comune, ma non si può pensare a una politica standard uguale per tutti. Tentare di omologare il sistema sarebbe un gravissimo errore. Dove bisognerebbe agire è per esempio sulla mano d’opera, riducendo le disparità”. Che fare, allora? Incalza Frattini: “Ci sarebbe da fare un discorso serio sui fondi eu­ropei. È possibile che siano impiegati con una finalità comune? Perché l’Unione non decide di impiegare la fiscalità europea per operare sgravi fiscali agli imprenditori che assumono giovani? Sarebbe una misura comune di grande impatto, coerente del resto con il principio della libera circolazione dei lavoratori”.

Questi, e altri, sono temi veri, concreti ma che difficilmente trovano spazio nella campagna elettorale italiana.

Scrive Stefano Foli: “Insomma, tutti in un modo o nell'altro contro l'Unione. Ma solo in campagna elettorale, nella migliore tradizione dell'opportunismo nazionale. C'è solo da capire chi trarrà vantaggio da questa rincorsa. Probabilmente le forze che sono sul serio e duramente contro l'Europa”.

Poi, dopo il temporale del 25 maggio, molti diranno che si deve riflettere.

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