Europee, Renzi alza i toni e riduce le aspettative di vittoria del Pd. Chi s’accontenta gode?

Quando a poche ore dal voto un leader si appella al “voto utile” o, ancor peggio, quando un premier dice che resterà al proprio posto anche in caso di risultato elettorale negativo significa avere seri dubbi sul risultato finale.

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Matteo Renzi alza i toni, dice che il voto dato a un altro partito è sbagliato, ma ha oramai la paura del non successo - cioè di della sconfitta - negli occhi. Come un centravanti che si avvicina al dischetto e vede la porta sempre più piccola, il portiere sempre più grande e sa di sbagliare.

Qual è il punto dell’asticella sotto il quale si passa dal trionfo alla debacle? Ora Renzi si accontenta, puntando a superare il 26,1 per cento delle elezioni europee del 2009 o addirittura andando (solo) oltre il 25,4 per cento delle politiche del 2013. E le grandi aspettative di poche settimane addietro quando si dava per certo un Pd sopra il traguardo storico del 33 per cento del 2008 con Veltroni, o addirittura oltre il record dei record, quello del 34,4 per cento ottenuto dal partito di Berlinguer nel 1976?

Insomma, Renzi abbassa il tiro, riduce le ambizioni, torna coi piedi per terra. Il motivo? Semplice. Ridimensionare per cercare di ricollocare la prova elettorale per quella che è: si vota per il parlamento europeo non per il referendum sul governo italiano. Troppo tardi?

A Otto e mezzo il premier torna sullo stesso concetto: "Io posso andare a casa domani mattina ma lo faccio se il Parlamento mi impedisce di fare le riforme. Non sono aggrappato alla seggiola, vado a casa se mi manda a casa il Parlamento. Se il Parlamento impedisce al governo di andare avanti, io non avrei alcun problema" a fare un passo indietro. "Dal ragionamento secondo cui se il Pd vince alle europee, sono legittimato, se non vince, non lo sono, io ci guadagnerei perché arriveremo sopra Grillo - continua il premier - Ma io non interpreto il voto europeo come una legittimazione popolare. So perfettamente che non c’è stata ma c’è una legittimazione costituzionale, parlamentare" per il governo. Per il resto, "la legittimazione arriva con le cose che si fanno…".

Fatto sta che il voto del 25 maggio in Italia si è invece trasformato proprio in un referendum sul governo, in particolare su Matteo Renzi. Questo voleva Grillo, questo voleva Renzi fino a qualche giorno fa, fino a quando i sondaggi facevano volare il Pd.

Scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “ Il voto è per il Parlamento di Bruxelles, non per quello di Parigi o di Roma. Ma da noi si vive tutto con un supplemento di inquietudine che è, appunto, nell'interesse delle forze contrarie al sistema, ma che dipende soprattutto dalla fragilità e forse dall'insicurezza di chi invece quel sistema dovrebbe difendere, certo per rinnovarlo. In realtà nulla è ancora perduto e domenica non vedremo la fine del mondo, quale sia l'esito di questa confusa e molto volgare contesa elettorale”.

Giusto, non sarà la fine del mondo ma potrebbe essere la fine di Renzi. Il Pd deve vincere con un risultato eclatante, altrimenti sarà lo stesso Pd a mandare in scena il solito teatrino infilzando il segretario-premier.

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