Renzi e Grillo, bla-bla su Berlinguer. Italiani più lontani dalle urne?

Anche Matteo Renzi, nel suo comizio di chiusura di ieri sera a Roma, si richiama a Enrico Berlinguer, per l’ultimo contro attacco a Beppe Grillo.

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Il segretario-premier non sa che il segretario del Pci parlava in una piazza del Popolo stracolma, con gente appollaiata sul Pincio, riempiendo ogni varco di Via del Corso, a volte fin sotto l’Altare della patria, al Vittoriano. Idem per i comizi di Luciano Lama. Per non parlare dei pienoni di Piazza San Giovanni e persino di quelli di Walter Veltroni ai Fori Imperiali.

Altri tempi, si dirà: vero, ma allora attenzione nel fare paragoni, con Piazza del Popolo di ieri, a maglie larghe, e vuota per una parte. Il monito di Pietro Nenni: “Piazze piene, urna vuote” può essere però di buon auspicio per Renzi e per il Pd, attesi al difficile passaggio del 25 maggio.

Di fatto, il “rottamatore” è caduto nella trappola del “comico”, in una girandola senza più freno incentrata sulla demonizzazione a vicenda e a prescindere. Nel mezzo, fra il leader del Pd e del M5S, sta – rantolante ma non domo – Silvio Berlusconi, agganciato nel rilanciare l’antipolitica consunta con il populismo di chi crede ancora di poter ingannare gli italiani con annunci irrealizzabili, come i 1000 euro di pensione al mese alle casalinghe. L’ex Cav grida ai quattro venti di voler liberare l’Italia dalla tenaglia Renzi-Grillo, un modo come un altro per piombare dritti dritti dalla padella alla brace.

I toni violenti della vigilia non si placana in queste ultime ore di campagna elettorale. Matteo Renzi, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi alzano il tiro, decisi tutti a puntare a quell’elettorato di centrodestra che fu del Pdl, agli incerti e a quanti pensano di disertare il voto di domenica.

Renzi fa un tentativo – tardivo – di tornare alla realtà: «Non basta urlare, bisogna governare, le cose si cambiano mettendosi in gioco». Già, il voto del 25 maggio è sull’Europa e per l’Europa ma è anche sui primi 80 giorni di Renzi premier e sul suo governo. Precisare, come ha fatto il premier, che non ci sarà nessuna crisi di governo la prossima settimana neppure se il risultato del Pd dovesse essere deludente (sotto il 30%?), non è un elemento di chiarezza, bensì di debolezza politica. Un po’ come mettere le mani avanti per timore che il trionfo annunciato pochi giorni addietro si trasformi in una sconfitta.

Scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “In effetti, e nonostante quello che pensa Grillo, non c'è alcun motivo istituzionale per cui il voto europeo debba dar luogo, come prima conseguenza, a una crisi di governo. Peccato però che lo stesso Renzi avesse a lungo accreditato il voto di domenica come una specie di plebiscito sul governo e sul nuovo modo di governare. Un errore non privo di conseguenze. Perché ora il rischio non è la crisi di governo, che non ci sarà, bensì un indebolimento complessivo, quel tipico logoramento di uomini e situazioni che è la costante della politica italiana nei momenti di difficoltà. Ma accadrà solo se il voto sarà davvero deludente per il Pd e se i grillini otterranno una percentuale superiore alle attese. I giochi non sono ancora fatti”.

Basta aspettare il day after del 25 maggio.

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